02 Gennaio 2023

Kris Davis

Dionisio Capuano
Kris Davis

La vostra visione diventerà chiara solo quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda all’esterno, sogna. Chi guarda all’interno, apre gli occhi [Carl Gustav Jung – Il Libro Rosso]

In queste ore da poco trascorse ci si è potuto rendere conto (un’altra volta) non tanto che il mondo sia un palcoscenico quanto il fatto che ne sia pieno. Di vari tipi, dimensioni e struttura. Ma in qualche modo, alla fine (che non arriva mai), tutti uguali nella funzione “cultuale”: proiettare ad un livello più “alto” (anche quando è all’altezza della platea) desideri ed aspettative, un’immagine nuova di sé. Ed il palco è pure l’apice di quella Babele emotiva, interiore e junghiana, in cui le intraducibili vite che ci portiamo dentro, ognuno la sua, trovano un illusorio tempo di comprensione, mediata dall’officiante di turno. Di più, anche se fossi il solo spettatore sarei di fatto partecipe d’un rito collettivo, con i miei vari umori e le mie contraddizioni offerte in sacrificio per una avventizia pacificazione, per un qualche passar oltre.

Nello scegliere un culto tra i vari a disposizione (c’è stato anche il triduo di Dancity, con un programma assai interessante, ma non si può fare tutto…) abbiamo optato per una divinità minore (per modo di dire) seguendo peraltro criteri di rigido monoteismo: il concerto piano solo di Kris Davis, il 29 dicembre ad Umbria Jazz Winter. Nata a Vancouver nel 1980 si è formata sulla scrittura di Jarrett ed Hancock ed ha sviluppato uno stile che utilizza, superandoli, gli stilemi del jazz post-moderno. Lo disarticola, lo scompone (e poi lo ricostruisce) anche attraverso un uso strutturale dell’improvvisazione.

Ha trovato nel sax di Tony Malaby una delle miglior ance per dare voce alla sua verve compositiva che, pur secondo un approccio rigoroso, accoglie l’imprevedibilità come aminoacido della partitura. Le linee melodiche diventano sovente oggetti di desiderio da inseguire e ricostruire nella memoria, la cantabilità una fascinosa chimera. Come si sa, più che altre forme espressive, il jazz vive di relazioni creative; non è un genere musicale, bensì un sistema di connessioni e scambi d’esperienze. Seguendo il percorso della Davis si possono attraversare una ventina d’anni ed incrociare figure di spicco della scena creativa internazionale, solo per citarne alcune: Tyshawn Sorey, Trevor Dunn, Julian Lage, l’ineffabile Bill Frisell, Jim Black, Ingrid Laubrock. Con quest’ultima ha inciso nel 2020 “Blood Moon” (2020), un bell’esempio di quel che si dice creatività femminile, ennesima conferma dell’affinità peculiare tra le due artiste. Dulcis in fundo, ha partecipato con uno brillante quartetto alla più recente produzione seriale di John Zorn, le “Bagatalles”.

Il set eseguito alla Sala dei 400 del Palazzo del Capitano del Popolo di Orvieto, strutturato in due parti di una venticinquina di minuti ciascuna, si è mosso da una sua articolata composizione per pianoforte preparato, dove sono apparsi fantasmi di Debussy e delle stagioni della classica contemporanea. Ha quindi attraversato Thelonious Monk, giocando con temi e armonie quasi fossero le tessere di un cubo di Rubik. In un susseguirsi di emozioni e memorie, senza sostanziale soluzione di continuità, è andata a chiudere proprio con una composizione della succitata sassofonista tedesca, resa in modo assai fisico e percussivo.

Un flusso intenso ed intimo allo stesso tempo, scaturente da una musicista non certo loquace, molto concentrata sul pianoforte, quasi ritrosa nel rispondere agli applausi del pubblico, in una situazione di sana dissonanza rispetto al tutto intorno. Ad un certo punto sì è sentito il rumore dello svuotare un cassone del vetro, e ci stava bene. Poi è giunta in sala qualche folata dei Funk Off giù in piazza; scheggia cacofonica ma capace di riportarci in mente le ribalderie di certe orchestre europee che dell’antitesi dei mood hanno fatto cavallo di battaglia.

Di tutte le esibizioni del periodo festivo crediamo di aver assistito a quello più lontana dall’idea corrente del “buona-fine-buon-principio”. D’altra parte, ritornando alle nostre scombiccherate considerazioni introduttive, questo non-rito sonoro, così puro da risultare incongruo rispetto a tutto il “finalmente possiamo abbracciarci ecc. ecc.”, proprio nella sua fragile dimensione di intermezzo riflessivo nel bailamme della festa, c’ha restituito un prezioso momento di “nudità”, con la sua parte di liberazione e quella di disagio. Sensazioni serpeggianti tra gli spettatori, chi più l’una, chi più l’altro.

E però quale migliore “fine-inizio” d’anno che ritrovarsi francescanamente spogliati delle proprie convinzioni (quantomeno musicali) e protesi verso un futuro vero, incerto ma aperto?

Chi dovrebbe vivere la vostra vita, se non voi stessi? Dunque vivete voi stessi. [Carl Gustav Jung – Il Libro Rosso]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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