26 Settembre 2022

Manuel Agnelli

Dionisio Capuano
Manuel Agnelli

Non c’è torto o ragione / È il naturale processo di eliminazione  [Dentro Marilyn – Afterhours]

Si potrebbero scoprire certe somiglianze tra musicisti, quanto questi appaiano lontani tra loro nelle forme musicali e pure incredibilmente simili nelle fattezze. Un gioco, un po’ bieco, confrontando fotografie, consapevoli che queste, per contingenza, casualità (o pure volontà), possono dare un’immagine, nel bene e nel male, non corrispondente a come si è (o meglio: a come mediamente si appare). Al netto di ciò, ci sono in rete scatti che possono far confondere (o far pensare a qualche percorso di mutazione), ne abbiamo ritrovate di Biagio Antonacci gemello di Richard David James (Aphex Twin) o Loredana Bertè imparentata a Genesis Breyer P-Orridge. Forse una rivelazione: sono (siamo) tutti figli della grande meretrice, la società dello spettacolo e del suo giovane tentacolare consorte, il web, chirurgo plastico dell’anima.

Le somiglianze di Manuel Agnelli riguardano altre figure, e lo scenario si allarga: Severus Piton, ad esempio. Argomento, invero, assai trito. È che dal personaggio della Rowling si potrebbe arrivare fino a Renato Zero, delineandosi una specularità, certo antinomica, tra due musicisti e i loro immaginari. Vogliamo condividere lo storto fascino di questa allucinazione. C’è forse nello Zero delle origini una qualche traccia, enzima, germe, di quella stessa specie di visione-trasgressione degli Afterhours? E viceversa? Qualcuno da qualche parte ha fatto intendere che i Maneskin potrebbero essere il loro trait d’union, anzi la loro naturale e illegittima genìa, apocalittica ed integrata. Il rock è una bottega horror show dove le cose si (con)fondono e chi combatte i mostri rischia di assumerne le sembianze o generarli. Quindi, tu pensi di stare a vedere-ascoltare una cosa e invece…tutto ciò a Santa Maria degli Angeli.

L’Agnelli che abbiamo visto, luglio scorso, River Rock Festival, nella Lyrick Summer Arena (location a suo modo esemplare tra post-industriale e qualcosa che non si sa definire), assomigliava (per noi tendenziosi ma non troppo) al Trent Reznor della seconda fase di carriera, quella dark-camp nobilitata da Lynch in Twin Peaks III. Più ancora all’immagine di un anti-eroe rock vagamente “bdsm”, (un po’ Marylin Manson, un che di Metallica), effetto trascinamento del “Diabolik” dei Manetti Bros, per il quale ha scritto La Profondità degli Abissi. Consapevole della parte e dei rischi (crediamo), Agnelli è stato un efficace capitano in una godibile tempesta-in-un-bicchiere rock. Dove non ci si fa male, semmai si canta quello che ci si è fatto e che ci si sta per fare.

Era già passato per Assisi, accompagnando la madre a visitare la città serafica; quando lo racconta, lo fa col sentimento di chi, pensando al misticismo francescano, si è ritrovato nel merchandising turistico. Questa sua seconda venuta, tappa del tour per promuovere il  primo disco solista “Ama il prossimo tuo come te stesso”, è stata in verità, come voleva il pubblico (e quindi noi), un concerto surrettizio degli Afterhours. Buona parte del generoso set infatti appartiene al repertorio storico del gruppo (15 brani su 19) in cui hanno militato e militano perle preziose della musica italiana (ne ricordiamo solo due: Xabier Iriondo e Stefano Pilia, quest’ultimo, già visto con gli ZU, suonerà alla Galleria Nazionale dell’Umbria nell’ambito della rassegna “Tessere”, martedì 27 settembre, appuntamento da non perdere).

Agnelli è un fenomeno, a volte fenomenale. Un concentrato di contraddizioni irrisolte e risposte mancate (sintetizziamo impropriamente una serie di sue considerazioni) che danno alla musica la potenza tossica che ha il fritto per l’affamato. Oh, lui sa benissimo come funzionano le cose. Si può dire che tenta la rivoluzione dall’interno del sistema. Questo gli permette di essere sgradevole (le mani avanti sui lavori a commissione e le battute sui “gusti” di Leonardo da Vinci) e incidentalmente blasfemo alla Testori (1.9.9.6 come “In Exitu”?). Il punto è (lasciamo stare l’ultimo disco, per noi roba ben fatta ma routinaria) che ha scritto, negli anni (il tempo è galantuomo), canzoni magnifiche. L’afosa serata angelana anelava canzoni. Lento pede si rimuginava in particolare su certe quattro. Di una, Dentro Marilyn, si scommetteva non sarebbe stata suonata (e così fu…) delle altre tre, Pelle, La Vedova Bianca e Carne Fresca  si sperava (vanamente) in una esecuzione. Quali che fossero i frustrati desideri, il plotone dei musicisti ha comunque colpito, al cuore anche.

D’altra parte, oltre a ruscellare melodie che si infiltrano nelle stanze della vita rimanendo là come aguzzini consolatori, il milanese scrive parole che ricostruiscono l’anima di una generazione consapevolmente in trappola e pure paiono le uniche credibili, di questi tempi. Siano interrogativi retorici (È quello che sai che ti uccide / O è quello che non sai), metafore senza gambe (Stringimi madre / Ho molto peccato / Ma la vita è un suicidio / L’amore è un rogo / E voglio un pensiero superficiale / Che renda la pelle splendida), frammenti di storie d’un barocco tragico e languido (La sicurezza ha un ventre tenero / Ma è un demonio steso fra di noi / Ti manca e quindi puoi non crederlo / Ma io non mi sentivo libero), tenerezze perdute (Ho questa foto di pura gioia / È di un bambino con la sua pistola / Che spara dritto davanti a sé / A quello che non c’è).

Si è chiuso, al secondo bis, con Ci Sono Molti Modi, una ballata-nastro di Möbius rovinosamente esistenziale (Lo so / Lo so che il mio amore è una patologia / Vorrei che mi uccidesse ora) che però ,col suo refrain di panteistico abbandono (torneremo a scorrere),  aveva acquietato l’anima, una promessa tutta da interpretare, di quelle che vengono mantenute solo se ci si crede. E visto quanto è successo, pare che, a questo giro, non ci si sia creduto abbastanza. Ci sarà un modo, la prossima volta.

Mi avete paragonato a Severus Piton, alla Taverna e a Mariottide. Ma voi a chi cazzo assomigliate? [ Tweet – Manuel Agnelli @ManuHellAgnelli]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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