06 Giugno 2022

Jesus And Mary Chain

Dionisio Capuano
Jesus And Mary Chain

“Ed ecco che una sera, camminando per la strada principale, vidi, tra tutti quei ragazzi antichi, bellissimi e pieni dell’antica dignità umana, due esseri mostruosi:…” [Pier Paolo Pasolini]

Jesus And Mary Chain 

Quando ci sono due fratelli di mezzo c’è sempre da divertirsi. Romolo e Remo, Caino e Abele. A leggere la storia, le vicende di Jim e William Reid da Glasgow sono meno tragiche visto che, tra risse, notti in prigione, anfetamine, “sbandamenti”, pause e reunion, sono arrivati quantomeno vivi (salvi? Ma chi si salverà?) fino ad i giorni nostri.

A suo modo, la parabola errante dei nostri scozzesi può dare qualche involontario insegnamento (naturalmente soggetto a gragnola di contestazioni, critiche, smentite). Ad esempio, che la musica è, prevalentemente, un fatto di energia e non di grammatica e che manifestazione, trasmissione e condivisione (per chi vuole condividerle) di sensazioni primarie avvengono attraverso flussi sonici la cui sapienza orchestratrice è di fatto intelligenza rettiliana (che, vero, si consuma velocemente). Ora, se capire tu non puoi, chiamale se vuoi emozioni.

Ed anche: probabilmente ha ragione Marcel (andiamo a mente) quando dice che un pugno è surrealismo, la prima volta. La seconda fa sicuramente male, se mai si riesce a darlo. Dopo la partenza con il botto, nel 1985, “Psychocandy”, la band non si ripete. Non ci riesce? Non lo vuol fare, consapevole del principio duchampiano? Chissà. Certo, dobbiamo aspettate una reunion per ritrovare un po’ di noise, ma non c’è più la fanciullesca, crudele (apparenza di) libertà degli esordi. Stiamo parlando di quel carattere peculiare attribuito al rock che è la “trasgressione”, la vita violenta, l’irreversibilità.

La trasgressione è affare strano. Se la si fa veramente in qualche modo la si deve subire altrimenti è solo teatro (magari spericolato) d’avanspettacolo. La trasgressione è, di fatto, un prendersi in carico, per destino, neanche per volontà o scelta estetica, di qualche male del modo e risputarlo in faccia secondo una dinamica di (provoc)azione (e poesia) che ogni volta ridefinisce le proprie regole, in un contesto specifico, e non può essere modellizzata.

I J&MC ne sono stati semplici allievi, i primi anni. Qualche vagito in forma di scoordinato ribellismo, giusto fino al secondo album, in un mescolarsi di cronaca (pure giudiziaria) ed ambiguità e equivoci (strumentali) sui titoli delle canzoni. Ma sono solo mottetti paraculi i tira-e-molla con le varie censure di titoli, testi e dischi. Ciò che dà la misura dell’effettività della trasgressione lo si vede alla fine ed è sempre (nel bene o nel male) qualcosa nella carne e con il sangue (a volte con la morte). Ed i conti restano aperti, tra l’altro. Ah, nella trasgressione deve esserci sottesa un’infinita dolcezza e l’abbandono terminale d’ogni moralismo. J&MC, al momento, sono rientrati nell’ovile delle buone maniere e dello scrub-rock.

Era l’agosto del 1987 e l’estate stava finendo (si dice così). Come anche gli anni ’80. Un tempo di sensazioni strane, ubriacatura e sbandamenti, la fin della storia. Una gioia isterica che preannuncia il pianto. Sballa che ti passa sapendo già che non era vero. A Rockin’ Umbria arrivano loro, gli ultimi (per quell’ora) sacerdoti dello scombiccherato culto del rock alternativo. Una musica che è tutta colpi di coda e sussulti (il rock è sempre là che sta per …).

Fuori di testa. E uguali a loro, in quei mesi scintillanti, veramente pochi altri. Erano in pista da un tre anni e già facevano parte del ristretto circolo dei “veri aspiranti maledetti”. Si andava a sentire dal vivo un suono che a casa, nel toboga dell’ascolto in cuffia, produceva effetti di sbandamento controllato (sprofondati in poltrona non c’è rischio di cadere). Si scommetteva su quanto sarebbe durato il concerto con l’indicibile desiderio di essere lì mentre avviene ciò che (non) dovrebbe succedere.

C’è tutta una narrazione intorno al loro arrivo in Umbria ed al loro soggiorno nella provincia vacanziera. Si possono ricostruire piluccando tra social e media. Il concerto ce lo ricordiamo divertente e sfasato. Stavano proprio “un po’ fuori” (con una scazzata autenticità, senza le smanie di certi nostri trasgressori di regime) e le canzoni di “Darklands” e “Psychocandy” e di qualche EP sparso arrivavano ubriache, ma non abbastanza. La nuvola di rumore ci guardava, ma non ci avvolgeva e della pioggia di elettricità arrivavano schizzi, mentre noi volevamo la tempesta tropicale. Però, nel momento in cui abbiamo ceduto al miele sixties, ci siamo ritrovati felici come se piovesse.

“Il ciclo si è compiuto. La sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura all’opposizione e l’ha fatta propria: …” [Pier Paolo Pasolini]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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