Animi illuminati dopo tante catastrofi / Sguardi luminosi dopo tanti stravolgimenti,/ ritroverete l’incanto sotto questo cielo [Perseidi – Marianna Iannarone]
Il ventisette di aprile compirà 47 anni. È nato a Ingelmunster, nelle Fiandre dell’Ovest. I due pianoforti che aveva in casa ne hanno segnato, felicemente, la vita e la carriera artistica. Lui suona anche organo, clavicembalo, harmonium. Ma soprattutto il Fender Rhodes – di cui è uno degli interpreti più interessanti – strumento che gli permette salti quantici tra gli universi sonori e trasformazioni timbriche che espandono le linee melodiche in visioni di galassie elettriche portatili che si sfaldano. E sembra tutto accaduto nel passato.
Tra le prime prove discografiche c’è un bel lavoro insieme alla cantante Barbara Wiernik, “Eclipse” (2001). Affare quasi ortodosso, tra il jazz e l’attitudine dell’ultimo bicchiere di Armagnac. Quella musica che si gusta meglio da soli, accompagnandosi verso i mondi lontanissimi chiusi nei cassetti della mente. E Dumoulin stilla note come scintillii nella notte: può essere quasi consenso bulgaro.
Eclettico ed innovativo, è molto apprezzato dai musicisti a cavallo tra jazz e sperimentazione. Ha l’acutezza di capire qual è il contesto in cui sta suonando e la creatività per non essere accondiscendente. Che sia “Giulia Is Asleep” (2003) di Marco Locurcio, oppure un trio di jazz più cubista, come quello, davvero straordinario, insieme a Dan Weiss e Ellery Eskelin. Senza sminuirne il valore, svolge spesso un ruolo di fluidificante; è capace, con tastiera e un po’ d’elettronica, di distorcere lo sviluppo lineare di una composizione (ed il suo ascolto) in esperienza tridimensionale.
Nell’intrico delle sue collaborazioni e progetti artistici ci si perde; è però uno smarrirsi tra belle cose. Ad esempio, le decostruzioni tra acustico ed elettronico insieme ad un altro tastierista, Benoit Delbecq. Il loro disco, “Plug and Pray” (2017) è consigliato ai più avventurosi, anche se Sonate Pour Un Printemps Meilleur, andrebbe fatta ascoltare a tutti. Un po’ di sperimentazione fa bene, disintossica dall’entropia della muzak che c’assedia. E per farsi perdonare basta poi un pizzico del lavoro insieme a Isabel Sörling e PJ5, che davvero sa di primavera; là, Dumoulin sta nelle retrovie, ma la sua presenza è vigile, nelle forme di luminescenze quasi psichedeliche, o di screziature, o contrappunti e nella correità agli incendi innescati dalla chitarra di Paul Jarret.
Ovvio, si consiglia di degustare il distillato in purezza: “A Fender Rhodes Solo” (2014), che è qualcosa di assai diverso da un semplice set per piano elettrico. Lo strumento mantiene tratti di riconoscibilità nel jazz-rock sonnambolico di The Entry Point, però l’atmosfera generale sta tra la wunderkammer violata, il laboratorio di saldatura, suoni detritici con apparizioni di armonie. A fronte di tanto aplomb riduzionista, possiamo ritrovare Dumoulin in bei gruppi pirotecnici; il mood è giocosamente bipolare con l’impressione di trovarsi in una nave stellare che sta attraversando regioni del cosmo jazz-rock dove le regole dello spazio-tempo sono sovvertite. Dunque, The Bureau of Atomic Tourism.
La situazione era quasi domestica, con un che d’antan, quel 29 ottobre 2019 a Palazzo della Penna. Luci soffuse e un diffondersi di suoni parassiti, spore elettroniche, vibrazioni che sarebbero piaciute a Konstantine Raudive, micro-rumorismo e brandelli di cosmic jazz e ambient-glitch. Il Fender Rhodes era accompagnato da scatole di effetti. La musica veniva dall’aldiqua, anzi semplicemente passava dalle parti di Perugia per andare chissà dove. Si manifestavano presenze. Come in una seduta spiritica, Dumoulin sembrava “materializzare”, rendere “visibili”, entità da altre dimensioni; se ne intravedevano frammenti di silhouette, subito risucchiati in un crepitio elettrico o in una nuvoletta di rumore bianco; tornavano tra i ricordi. Le note stavano là intorno, spesso nascoste. Qualcuna ce la siamo ritrovata in tasca, uscendo.
Non andartene docile in quella buona notte / Infuriati, infuriati contro il morire della luce [Dylan Thomas]