Qualsiasi punto di un rizoma può essere connesso con qualsiasi altro punto, e deve esserlo [ Millepiani, Gilles Deleuze, Félix Guattari ]
L’estate sta finendo e non si sa dire se, poi, non sia giusto così. Spesso sovviene l’”endless summer”, ad esempio dell’austriaco Christian Fennesz, ma è un eterno di memoria e stato mentale, una vibrazione perdurante nel tempo la cui funzione si apprezza proprio perché la causa originaria più non è. La saudade del piacere è anch’essa piacere. Un frutto da consumarsi negli inverni dello scontento.
Tra le risonanze che saranno con noi a scaldarci nelle stagioni prossime a venire, (sarà facile perché la musica-madeleine accende il ricordo e fa memoriale), quelle dell’ensemble guidato dallo svizzero Vincent Bertholet, frequenze che si sono espanse nella serata calda e ventilata del ventitré luglio – con quasi tutti i caratteri dell’endless – in un luogo obliquo, che fa della sua pendenza metafora psicogeografica: Piazza Masolino, a Panicale. Con al centro una fontana e bar, ristoranti e pure un barbiere a definirne il perimetro.
Il gruppo nasce nel 2006 in un formato “ridotto”, l’esordio discografico è in sestetto, si assesta nella misura extralarge, tra i quattordici e i dodici elementi, dal 2016, raddoppiando la sezione ritmica, ampliando la sezione degli archi e creando un ecosistema capace di inglobare stimoli multiculturali, trasformandoli in suono meticcio originalissimo.
Per il consueto bignami musicologico, eccovi la manciata di dischi: Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp (2007), The Thing That Everything Else Is About (2010), Rotorotor (2014), Sauvage Formes (2018), We’re OK. But We’re Lost Anyway (2021).
Dentro c’è, tracimante, una corrente ritmico-melodica che attraversa tanti territori: il punk movimentista di The Ex, la poliritmia africana (il nome è un omaggio ad alcune orchestre onnipotenti africane), la festa folclorica assoluta, Stereolab e tutti i luoghi in cui l’Orcheste ha suonato (qualcosa le rimane sempre addosso). Quando la musica fluisce dagli strumenti si presenta in forma popular, refrain che agganciano il desiderio archetipico di festa perennemente insoddisfatto (e che così resterà, si spera) e ritmi che sfruttano il potenziale ipnotico di pattern tribali e minimalisti per irretire, comunicando direttamente con gli arti inferiori, senza scordarsi i neuroni, con il portato del canto, fermo ma gentile ad instillare minuti e persistenti earworms.
Poi quel riferimento all’autore del Grande Vetro. Per via d’una nuance dada, la capacità di riflettere prismaticamente i tempi surreali che viviamo (ma quando mai sono stati altro che surreali?) e far fare giochini laterali (e forse fortuiti), piccoli détournement all’incontrario, secondo le circostanze. Ecco, l’orchestra onnipotente Marcel Duchamp che suona davanti ad una fontana. Tra l’altro, la serata faceva parte di un progetto-festival, se non proprio situazionista, con un che di “debordante”: Effetto48, un’ottantina di eventi, spalmati, in appena quarantotto ore, sulla morfologia socio-urbana d’un paese piccolo ma culturalmente denso, secondo un approccio che ben può aver favorito l’esplorazione in “deriva” dei luoghi.
Il concerto è stato adrenalinico, in crescendo, con partecipazione montante (crediamo che la maggior parte dell’audience non sapesse bene chi fosse quel gruppuscolo di musicisti). C’era chi ballava, in maniera primitiva e scoordinata, (era evidente la necessità di uscire da qualche camicia di forza, quindi tutto ammesso), e chi no, eppure sorrisi e tic del viso tradivano una frenesia endogena trattenuta a stento.
Finito il set (repertorio dagli ultimi due album) e iniziato il disallestimento della strumentazione, parte dell’organico ha familiarizzato con il pubblico e si e creato un piccolo distanziato crocchio da cui è fluita, per qualche minuto, ancora musica: una estemporanea canzone a cappella. Piccoli “inutili” miracoli per questo tempo dove (non) tutti stanno bene e ognuno è un po’ perso.
I due (…) genitori credendo che la bambina fosse nella comitiva, proseguirono il viaggio per una giornata buona. La bambina continuava a stare immobile osservando tutto il reticolo dall’alto.