31 Maggio 2021

Philip Glass

Dionisio Capuano
Philip Glass

Sono i desideri su vasta scala a fare la storia [Underworld, Don Delillo]

Il minimalismo, questo frainteso. La definizione applicata alla musica, come già si è scritto, è dovuta ad suo illustre rappresentante, Michael Nyman. Il genere, se genere è, ha più che varie declinazioni. Si provi ad ascoltare il musicista inglese e poi Steve Reich, quindi Terry Riley (che ha influenzato profondamente Franco Battiato e passò in quel di Montefalco non molti anni fa), poi a seguire un Max Richter a caso e pure il belga Wim Mertens. S’individua certo un “minimal” comune denominatore: moduli melodici, o ritmico-melodici che ritornano, a volte in sequenze serrate facendo della musica un’esperienza sonora “pointillistica”, frenesia e trance. Altre volte, però, sono quasi del tutto diluiti in costrutti “neo-classici”, rigorosamente tonali, cantabili. Le visioni e le intenzioni sono assai diverse. E c’è pure Philip Glass.

Tra gli esponenti del minimalismo, ancora più di Nyman, è lui la vera pop star. Non ha il rigore formale di un Reich, né le psichedeliche fioriture di un Riley (e capite chi sono i nostri preferiti) ma nel suo vastissimo corpus creativo ci sono passaggi (per noi) epifanici, quanto meno aperture d’orizzonti. Così è stata “Einstein On The Beach”, opera del 1976, creazione registica di Robert Wilson, con le coreografie di Lucinda Childs. Scoperta e consumata nella sua dimensione sonora sul finire di quel decennio, poi qui (solo) tele-vissuta nella sua dimensione di spettacolo totale grazie a RAI 5 che ne ha trasmesso tempo fa l’allestimento al Théâtre du Châtelet di Parigi (2013).

Altro stordimento fu la visione del film di Godfrey Reggio “Koyaanisqatsi” (1982), lavoro ibrido tra documentario e film d’arte che narra il processo di antropizzazione del nostro pianeta ed i suoi parossismi. La musica di Glass è simbiotica alle immagini, fuoriesce da esse, ne sostanzia la drammaticità e l’esasperante carica ansiogena.

Di lì, sempre per noi, fu un salire e scendere tra cose più colte ed impegnate, ad esempio la vertiginosa “Music in Twelve Parts” (1971-1974) e forme più “divulgative”, che però difenderemmo a spada tratta, come “North Star” (1977). Nel frattempo Glass tracimava nel music-biz, facendo anche il produttore di effimere e geniali band new wave, i Polyrock, mostrando come il minimalismo fosse un “modo” (se non un trucco) più che un “genere” e contribuendo al suo abuso e fraintendimento.

Tra “intrippamenti” e disaffezioni abbiamo assistito al suo affermarsi anche come autore di colonne sonore. Ci sono film importanti o comunque blockbusters di buon valore nel suo curriculum. Da “Mishima” di Paul Schrader (1985) a “The Truman Show” di Peter Weir (1998) a “Sogni e delitti” di Woody Allen (2007) a “I Fantastici Quattro” di Josh Trank (2015). Glass, peraltro, resta assai attivo sul versante “contemporaneo”, come attesta “Piano Sonata”, composizione del 2019 pubblicata lo scorso anno in un florilegio di più di dieci incisioni discografiche che di riffa o di raffa lo riguardano. Certo, musica rassicurante ed assicurata al successo, minimalista nella sua ontologia (volgarmente, senza cogliere l’essenza, si direbbe: “sempre la stessa”).

Saremo poco abili noi, ma ritrovare in rete qualche preciso riferimento al suo passaggio umbro ci è risultato impossibile. Andiamo quasi a tentoni. Doveva essere il 1997, il contesto in cui era inserito il suo recital per piano solo non ci arrischiamo ad ipotizzarlo… Sagra Musicale Umbra? Non vorremmo che fosse un copia-incolla mentale tra quella tremula memoria e “Songs of Milarepa”, commissione della Sagra e la cui prima esecuzione assoluta si tenne al Teatro Morlacchi il 13 settembre 1997. Comunque sia, c’è il ricordo dell’auditorium di San Domenico, forse già le poltroncine (o una gradinata come fu per Teatro Krypton?). Scorre il film di un pianoforte e d’un musicista dall’aplomb professionale e dalla timida umanità. Non si tratta di gesti eclatanti ma di qualcosa nel suo sguardo, che ci è rimasto più del repertorio. Già, che suonò? Forse gli “Etudes for Piano”, che ancora distillano una pericolosa miscela di vacuità meta-temporale, dolcezza vessata, arguzia ed apocalisse. Entrano diritti in testa, sembrano “facili” ma poi …

Eh no, non così, no va proprio. Ancora una volta Giuseppe II aveva ragione…

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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