C’era arrivato.
L’avvento del digitale ha profondamente trasformato non solo il sistema della comunicazione ma lo stesso sistema dell’arte. Dato che il concetto di arte è complesso e scivoloso parleremo, magari, di produzione creativa. Già McLuhan ci aveva illuminato su come i media influenzassero i contenuti, anzi, molto più esplicitamente, con una specie di aforisma-provocazione, ci dice che il “medium è il messaggio”. Si scriveva la scorsa settimana, (tempo fissato che è qui a fianco), della chitarra come archetipo del vagabondaggio sonoro. Ebbene non è del tutto vero, perché il cantastorie oggi gira con il laptop e si potrebbe dire che lo strumento-archetipo contemporaneo è quello con la mela morsicata. Dunque, Fabio Orsi.
In maniera consapevolmente strumentale e questionabile, datiamo quello switch evolutivo all’invenzione del compact disc. In quei giorni i segnali continui cominciavano ad essere massivamente trasformati in segnali discreti. Lo sviluppo esponenziale di software per la produzione sonora, la possibilità di trasformare un portatile in uno studio di registrazione, la smaterializzazione della musica hanno determinato un potente effetto di democratizzazione dei processi creativi ed anche della figura del musicista. In verità i nostri sono tempi ibridi e bastardi e questo rende tutto molto più interessante, le faglie temporali scivolano una sull’altra. Secondo varie possibili applicazioni della teoria dei sei gradi di separazione più di un filo collega Mike Cooper all’artista (pardon, creativo) tarantino. Ma soprattutto questi suoni suonano come una rimembranza. Ancora McLuhan, parafrasato: guardiamo il mondo attraverso Orsi e retrocediamo nel futuro.
Orsi conferma la straordinaria multidisciplinare e transculturale vitalità della Puglia. Nato nel tacco d’Italia, ha vissuto per diverso tempo a Berlino, dividendosi (o forse moltiplicandosi) tra fotografia e suono. Alcune delle sue produzioni artistiche sono a tutti gli effetti oggetti multimediali in cui la musica è parte di un sedimento emozionale fatto di immagini, a volte di altri piccoli oggetti che sembrano usciti da cassetti nascosti o scatole dimenticate in soffitta. In più di un decennio ha collaborato con molti artisti della scena sperimentale nazionale ed internazionale elaborando una poetica della memoria e della visione, che ha molto delle vibrazioni e dei colori della sua terra d’origine in un blend di suggestioni dove galleggiano schegge di mitteleuropa, luoghi che s’inventano, posti che non esistono, realissimi.
Ad esempio “Il Ricordo Improvviso dell’Assoluto Stupore” (2017) è un album di fotografie accompagnato da un vinile che suona un’elettronica espansa e ieratica che chiamiamo ambient per approssimazione mentre riverbera ricordi che si generano alla vista delle immagini. Orsi è tornato a Perugia a febbraio 2017 per presentare quel progetto mixed-media e per l’occasione ha curato un workshop di fotografia di strada, piccolo ma interessante intervento di esplorazione urbana urbana collettiva, raccogliendo frammenti d’una città dalla superficie-senso simile ad un anello di Moebius. Quella stessa sera al Post Modernissimo con il suo laptop ha generato un corridoio spazio-temporale spiraliforme attraverso il quale è stato possibile raggiungere luoghi del passato e percepire luccichii del futuro, quelli semplicemente del giorno dopo. Non più di quaranta minuti, a tutti gli effetti un tatuaggio neurale.
Era giunto a definire il momento in cui il suono si ferma senza cessare di suonare, l’equivalente acustico del fermo-immagine.