15 Marzo 2021

Meira Asher

Dionisio Capuano
Meira Asher

Aveva disegnato su un foglio di carta lucida i confini della regione e su un altro quello dei territori occupati, mettendo anche qualche punto per identificare persone che conosceva, fatti che sapeva.

La pratica artistica di Meira Asher è fatto politico, divisivo se si vuole. Nata nel 1964 a Tel Aviv è una delle figure più radicali della scena creativa israeliana, docente all’Università di Haifa e curatrice di RadioArt106. Conosciuta a livello internazionale, ha lavorato molto intensamente in Europa. Co-fondatrice della associazione artistica Bodylab, che fu di base a L’Aia nel primo decennio del terzo millennio, si è fatta conoscere alla fine dei ’90 grazie alla musica che, su supporti leggeri, seppure ancora non smaterializzati, ha potuto con facilità attraversare il globo rivelando una personalità pressoché unica.

La morfologia del suo discorso si è fatta gradatamente sempre più aspra, suoni e parole più duri. Nell’esordio di “Dissected” (1997) il paesaggio ha modulazioni di canti mediorientali e le movenze ritmiche attenuano un poco l’acre sapore degli argomenti. “Spears Into Hooks” (1999), il suo album “più famoso”, già non media più e entra nelle viscere con tutto il carico di sofferenza che può arrivare da quella terra martoriata. Usa le armi della “industrial culture”, facendo della multimedialità un reportage di guerra. Ma pure nella crudezza di suoni ed immagini c’è al fondo la prospettiva umanista senza retorica, come evidenzia il brano chiude il disco, È Un Uomo, strutturato attorno alle parole di Primo Levi.

Dal 2000 la sua attività è diventata sempre più transmediale e performativa, sviluppandosi in progetti “site specific” dove la parte registrata è inevitabilmente testimone parziale di azioni più complesse. Innesco per processi di approfondimento, etico e politico. Nessuna piacevolezza compiacente, il concetto di bello è sovvertito, nessuna anestetizzante consolazione. Peraltro la sua “poetica” si inserisce in una sequenza precisa che parte dall’arte degenerata, attraversa le avanguardie e utilizza i media per potenziare l’impatto e la circolazione del messaggio.

Di particolare forza Still Sleeping (2016),tra poesia sonora, installazione ambientale e azione politica, progetto commissionato da Eyebeam, organizzazione statunitense che finanzia iniziative multidisciplinari di sperimentazione artistica e sociale. Ha un nucleo duro e polarizzante: la cruenta uccisione di un sedicenne palestinese ad opera di un colono ebreo. La breve registrazione costituisce un sintetico memoriale dell’evento. Si odono field recordings, il suono del corpo dell’artista attraverso microfoni a contatto, voci di bambini insieme ad una narrazione-declamazione per flashes e sensazioni. Docu-fiction sinestetica, che arriva al di là della conoscenza dei fatti. Va detto che il range espressivo della Asher in questi ultimi anni si è ulteriormente arricchito e, quasi chiudendo un cerchio, la si ritrova ad interpretare canzoni espressioniste, fondendo cabaret brechtiano, body art, improvvisazione e rumorismo.

Nell’anno in cui la vedemmo, il 1999, Pasqua cadeva il quattro di aprile, come in questo 2021. Era di venerdì, forse il ventinove. Al Cinema Esperia di Bastia Umbra si presentava in forma multimediale “Spears Into Hooks”. Un avvenimento, che sembrò strano a taluni, soprattutto per via di un linguaggio che sovrapponeva emozionalmente, senza filtri dialettici, due geografie, quella di Israele, dei territori palestinesi e dell’Umbria. Cinquanta minuti di elettronica spuria ed aggressiva interamente dedicata alla crisi socio-politica in Israele / Palestina, presa a modello per i conflitti etnico / religiosi / geopolitici in tutto il mondo e nel corso della storia. Una scuotente immersione audio-visiva nel dolore e nella guerra. Come un vaccino. Che andrebbe somministrato periodicamente, utile anche in questi tempi per combattere le pandemie dell’indifferenza, della perdita di memoria e quell’attitudine sciagurata del “virus scaccia virus”.

Sovrapponendo i due fogli e guardandoli controluce scoprì corrispondenze e collegamenti, percorsi che conducevano da una storia ad un’altra, da una morte ad una speranza, attraversando in pochi millimetri il Mediterraneo.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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