Anni di pellegrinaggi, guide spirituali, psicoterapeuti, omeopatie, diavolerie, droghe e salassi. Niente. Anzi, avevano reso tutto ancora più insensato. Stava là sull’orlo e, in fondo, non c’era più niente di cui preoccuparsi.
Il trio sloveno composto da Iztok Koren, Ana Kravanja e Samo Kutin è giovane. I primi passi discografici sono del 2016 anche se Koren ha una militanza dal 2005 con ŠKM Banda, post-rock ibrido e sciolto, mentre Kutin lavora con la Kravanja quanto meno dagli anni dieci, nel duo Najoua ed ha, da simil tempo, collaborazioni con altri gruppi dai nomi per noi improbabili: Horda Grdih, Lunin Med, Salamandra Salamandra, Ubrana-Urbana. Il loro blend, che essi stessi definiscono, con disagio, folk immaginario, al di là degli aspetti nominalistici, è un cortocircuito tra passato e futuro ed ha sorpreso tutti, pure quelli del The Guardian. È un distillato unico, essenza sonora dell’inconscio collettivo d’un Europa arcaica con radici profonde ed una proiezione lisergica verso il futuro.
La musica trasuda inevitabilmente folk balcanico, nomade per destino. Questa localizzazione psico-geografica, segna un’alterità dialettica ovest-est, ma poi collassa in un languore d’appartenenza perduta. Non è globalismo, o fusion etnica à la page. In Širom vibra una frequenza emotiva radicale che, quasi neuralmente, riconnette i dolori e le speranze di ogni diaspora, personale e collettiva. E s’impone con apodittica dolcezza in tutta la sua forza, estetica ed etica.
Incappati nei Širom al terzo album, “A Universe That Roasts Blossoms for a Horse”, siamo rimasti irretiti per quanto riconoscevamo nostro proiettandoci lontano, nell’aliena scoperta della propria origine. Una canzone in particolare ci ha uncinato il cuore, “Brez velike verjetnosti objema”, bassa probabilità di un abbraccio. Ci sono voluti pochi mesi per scoprirne i dolenti risvolti profetici.
Siamo andati ai Giardini del Frontone, era il settembre del 2019, desiderosi d’intensità. Il set degli strumenti, una piccola carovana che si accampa, era già spettacolo. È stato un viaggio circolare che si è sviluppato su tre registri. L’immaginazione dell’altrove, tra visioni di riti e favole popolari. I flash della storia, le migrazioni, i meticciati transcontinentali. Ed il sentiero interiore, innescato dalla circolarità trance delle cadenze e da melodie archetipiche. Il concerto si è concluso al farsi del buio. Nella camera oscura della memoria, già si erano fissate emozioni indelebili.
Dunque si poteva procedere, pochi centimetri. Poi arrivò il lamento di un hurdy gurdy che sembrava aver perso qualcuno. Forse l’aveva ritrovato. Inaspettatamente, dopo la vita inutile, come dono immeritato, arrivò il pianto.