25 Gennaio 2021

Rachele Andrioli e Rocco Nigro

Dionisio Capuano
Rachele Andrioli e Rocco Nigro
foto di Daniel Donati

Erano stati seduti accanto per tutta la sera.

Ma nessuno dei due aveva avuto il coraggio di voltarsi.

Il vero nuovo non è una alternativa allo stesso, ma una piega dello stesso. Stiamo citando Massimo Recalcati. E ci viene in mente che, quando nel 1974 Anthony Braxton, una delle propaggini estreme dell’avanguardia jazz afro-americana, intitola un suo album “What’s New in the Tradition”, vuole significare qualcosa di simile. Certo, in quelle increspature ci sono molte lacerazioni e sangue che scorre, ancora; ma è inevitabile, è la storia. Non può essere altro che così. Sono evidenze dell’autenticità, dell’inesauribilità.

Anche i due musicisti salentini danno corpo sonoro, in altre forme, a quell’idea e “spiegano” l’attualità del folk. Il tessuto dei loro tre albums, “Malìe”, (2014) “Maldimè” (2015) e “Maletiempu” (2018) è fatto di molte pieghe, che sono, a volte, piaghe non guarite. Le loro canzoni, allo stesso tempo, sanno di sale sulla ferita e tempo della festa.

La poetica di Andrioli e Nigro sposta l’asse del folk e quello della world music ed è un bene, perché certo cattivo uso di questi generi ha quasi spento la vitalità della tradizione, che – direbbe Mahler, è fuoco da tenere vivo e non cenere da adorare. La voce di Rachele è potente, ma controllata e nitida, un timbro che sa arrochirsi per rendere alla musica il sapore di terra mediterranea. Il mantice di Rocco possiede il respiro e la luminosità forte e gentile del sud, un sud che è stato mentale, non dato geografico.

La loro attitudine ha l’obliquità del viaggio nomade e, usando le parole (non più) à la page di Deleuze e Guattari, “deterritorializza il ritornello”. Qualche nome degli autori in repertorio (l’espressione è un po’ da rivendita di emozioni, qua si tratta di tatuaggi nell’anima) per rendersene conto: Matteo Salvatore, Rosa Balistreri, Gabriella Ferri, Domenico Modugno, Edith Piaf, Amalia Rodriguez, Chavela Vargas e i cimenti con Rota e Morricone. Le linee melodiche, l’avvincente cantabilità sono epifenomeni della visione nitida che si ha negli allontanamenti verso casa, consustanziano la nostalgia di quello che verrà.

La canzone non è un ritorno, ma un allontanamento verso la vera casa. Lo si è capito benissimo lo scorso agosto, sera di tregua in mascherina, alla Rocca di Assisi. Uscire dalle prigioni domestiche per andare a sentire musica è stato proprio come mettersi in viaggio verso noi stessi. Voce e fisarmonica hanno aperto tanti sentieri; verso la Sicilia, la Puglia, il Portogallo, il sud-state of mind. Si sono accese dentro luccicanze, visioni di luoghi ai quali apparteniamo davvero, che si chiamano libertà, possibilità di essere e scegliere e che ci spostano sempre in avanti, come tedofori inquieti.

Finito il concerto, si alzarono senza guardarsi, cercando un modo per non perdersi.

Il tempo stringeva, la distanza aumentava.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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