Lo vedi laggiù? Cosa? Il mare, laggiù lo vedi? Provò ad aguzzare la vista.
Intravide solo la flebile linea del Trasimeno, forse neanche quella.
Il paesaggio è molto di più che l’amena forma di quanto vediamo intorno. È il nostro sguardo che si fa mondo nel tempo e noi in esso. Il paesaggio è anche esperienza sonora. Vogliamo andare oltre Murray Schafer (a lui non dispiacerebbe), colui che per primo ha tratteggiato i caratteri del “soundscape”. È il luogo dove viviamo e riprogettiamo il desiderio, cercando di intuire cosa ci sia oltre l’orizzonte, che non è solo geografia. Di capire il senso di quello che c’è al di qua. È proprio lo spazio del desiderio. Della storia, nostra e degli altri. Francesco Giannico, classe ’79, da qualche buon anno lavora con i paesaggi sonori, registrando e mappando le impronte dei luoghi attraverso perlustrazioni spaziali ed emotive che hanno sempre una consistenza umana e di socializzazione.
Se Giannico fa avanguardia, fa semplicemente quella di tutti coloro che proiettano lo sguardo in avanti. Se è sperimentale, lo è come ogni artista (ogni essere umano) che si mette in gioco; la sperimentazione non è uno stile è attitudine a reinventare. Questo suo fare ha definito un reticolo di percorsi e visioni condivise. Ad esempio i laboratori con i ragazzi che, muniti di registratori, ripercorrono le loro giornate, i luoghi di vita, raccogliendone la sostanza acustica. Poi tutti insieme si costruisce una mappa e l’intreccio delle identità e delle relazioni. La sua musica, in cui tra digitale e naturale non c’è soluzione, funziona bene come cartografia interiore, eutopica, per esplorare i territori esistenziali, soprattutto i confini tra memoria e desiderio.
Lo scorso anno, a settembre, Giannico è salito dalla sua Puglia in Umbria, a Vallo di Nera, per una residenza organizzata nell’ambito delle produzioni artistiche promosse da C.U.R.A. (Centro Umbro Residenze Artistiche). Un progetto, Logos, che sta oltre la prosa musicologica e il curiosare etnografico. Ascoltare persone, raccogliere il suono dei luoghi. Un attraversamento, certo anche con dei caratteri “marziani”, (e magari questo fa sì che tutto rimanga più scolpito nella memoria) ma animato da sincera comunanza emotiva. Una retorica trasparente e sociale, costruita proprio a partire dalla prima fase, dall’inventio. Qualità che contraddistingue anche gli approcci compositivi più “tradizionali”, mai troppo composti, frementi di un ascolto che li faccia propri.
Non vedo il mare. Guarda bene, disse lui. Strinse gli occhi fino a chiuderli. No, il mare non si vedeva proprio.
Si accorse però – era ancora ad occhi chiusi – di aver osservato, per la prima volta davvero, tutta la pianura.