Doveva aver impiegato giorni per arrivare, attraversando boschi, svalicando monti e colline. Lo scorgemmo nascosto dietro le colonne del portico del lato ovest. Ma è…Sì, sì! È proprio lui, finalmente! Chissà cosa farà adesso, con la fame che ha…
Nella voce dell’artista la memoria si fa memoriale. Il passato non è un vagheggiamento ma essenza che si consustanzia nel qui ed ora, quanto meno nel tempo dell’ascolto, ma è sufficiente. Vinicio Capossela da trent’anni racconta personaggi, a volte archetipici, che nelle canzoni prendono vita attraversando i confini temporali e quelli tra immaginazione e reale, per portare sano scompiglio nella quotidianità. Uomini e bestie fuggite dal circo del buon senso. È anche uno dei pochi a cantare le languidezze dell’amore senza saponificarlo nella melassa.
È problematico rendere omaggio a San Francesco, Capossela l’ha fatto senza troppe didascalie proprio sul sagrato della Basilica in finire d’estate 2012, una serata fredda, che fece spuntare qui è là invidiate copertine di pile in cui avvilupparsi e stimolò la ricerca di bevande calde per stemperare il vento, a costo di perdersi qualche nota, che pure a distanza, tra fastidiosi vocii e folate, riusciva a farsi strada. D’altra parte le Pleaidi si erano già appalesate.
Qualcuno diceva che guardiamo il mondo attraverso lo specchietto retrovisore e retrocediamo nel futuro. Le canzoni di Capossela funzionano così. Si dica un po’ di più: nelle forme di ballate arcaiche, di melanconie jazz, del rebetiko, di grotteschi walzer, di frenetiche bossa nova – e chi più ne ha scandisca il ritmo, ci accompagnano come antidoto alla superficialità del progredire tecnologico, fluendo inevitabilmente in quelle stesse reti. E c’è poi quella, da ricantare in testa à la Springsteen o à la De Andrè, messa in immagini da Ciprì dove ritroviamo pure Enrique Irazoqui. Certo, la retorica può strangolare la sostanza politica (quel poco rimasto) pure facendo, con le migliori intenzioni, contro-narrazione; vedasi il depotenziante duetto con Young Signorino. Però, ogni tanto, il rischio va corso.
Lo vedemmo sgattaiolare veloce, passare a zig zag tra il pubblico, infilarsi sotto le sedie, scompigliare i capelli a delle ragazze davanti a noi. Schizzò sul palco e sparì nel backstage. Per un po’ vedemmo gli occhietti dello Gnefro lampeggiare nel buio.