10 Maggio 2026

È Calendimaggio.

Claudio Volpi
È Calendimaggio.
Foto: Fra Andrei Ciobanu

È Calendimaggio, questa festa unica e incredibile che unisce le genti di Assisi in maniera trasversale, che si è celebrata in questi giorni, rinnovando il miracolo. Quale è il dono suo più bello alla città? Pensiamo che, alla fine, sia l’Amore, l’Amore che sboccia in mille forme tra i ragazzi e le ragazze che partecipano a questa magia, tra gli uomini e le donne, un rito che si ripete ogni anno, che può durare tutta una vita, che è amore viscerale, nonostante tutto, anche per questa città. Così oggi pubblichiamo alcuni versi di Isabella di Morra (1520-1545/1546), famosa poetessa italiana del Rinascimento. Vissuta nel Castello di Valsinni in Basilicata, fu uccisa dai fratelli per una presunta relazione epistolare con un nobile spagnolo. La sua figura è avvolta nel mito e nella leggenda, fu poi riscoperta in epoca moderna da Benedetto Croce. Le sue poesie, in qualche modo, ci portano alle atmosfere, alle passioni, ai sentimenti vissuti in questi giorni nelle rievocazioni di scene di vita medievale.

1

I fieri assalti di crudel Fortuna

scrivo piangendo,

e la mia verde etate;

me che’n sì vili

et orride contrate

spendo il mio tempo

senza loda alcuna.

Degno il sepolcro,

se fu vil la cuna,

vo procacciando

con le Muse amate;

e spero ritrovar

qualche pietate

malgrado de la cieca

aspra importuna,

e col favor

de le sacrate Dive,

se non nel corpo,

almen con l’alma sciolta

essere in pregio

a più felice rive.

Questa spoglia,

dov’or mi rovo involta,

forse tale alto Re

nel mondo vive

che’n saldi marmi

la terrà sepolta.

 

2

Sacra Giunone,

se i volgari amori

son de l’alto tuo cor

tanto nemici,

i giorni e gli anni miei

chiari felici

fa con i tuoi santi

e ben concessi ardori.

A voi consacro

i  miei  verginei fiori,

a te, o dea,

e ai tuoi pensieri amici,

o de le cose sola alme,

beatrici,

che colmi il ciel

dè tuoi soavi odori.

Cingimi  al collo

un bello aurato laccio

dè tuo più cari

ed umili soggetti,

che di servir a te

sola procaccio.

Guida Imeneo

con sì cortesi affetti

e fa sì caro il nodo

ond’io mi allaccio,

ch’una sola alma

regga i nostri petti.

 

3

Torbido Siri,

del mio mal superbo,

or ch’io sento

da presso il fin amaro,

fa tu noto il mio duolo

al Padre caro,

se mai qui ‘l torna

il suo destino acerbo.

Dilli come,

morendo, disacerbo

l’aspra Fortuna

e lo mio fato avaro

e, con esempio

miserando e raro,

nome infelice

e le tue onde serbo.

Tosto ch’ei giunga

a la sassosa ria

( a che pensar m’adduci,

o fiera stella,

come d’ogni mio ben

son cassa e priva!),

inquieta l’onde

con crudel procella

e dì: ‘ Me  accreber sì,

mentre fu viva,

non gli occhi no,

ma i fiumi d’Isabella

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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