12 Aprile 2026

Vivere è stare svegli.

Claudio Volpi
Vivere è stare svegli.
Amedeo Bocchi 'Nel parco', 1919

Questa domenica proponiamo alcune poesie di Angelo Maria Ripellino (1923-1978). ‘Per anni e anni ho scritto e stracciato poesie, vergognandomi di scriverne’. Percorsa dal timore del nulla e dal dolore, la sua poesia ha comunque per centro la gioia, chiamata a ferire il grigiore balenando nelle fantasmagorie verbali, nello sfarzo di immagini. ‘L’esercizio della poesia è una prova di resistenza alle asperità quotidiane e all’indifferenza degli uomini… Scrivere poesie nell’assedio in cui siamo invischiati vuol dire caparbietà di non soccombere agli sfaceli, di sopravvivere, tenendo a distanza con la magia del Belcanto, con la pienezza polposa delle parole, con gli esorcismi delle paronomasie e delle assonanze la morte’.

 

Vivere è stare svegli

Vivere è stare svegli

e concedersi agli altri,

dare di sé sempre il meglio

e non essere scaltri.

 

Vivere è amare la vita

coi suoi funerali

e i suoi balli

trovare favole e miti

nelle vicende più squallide.

 

Vivere è attendere il sole

nei giorni di nera tempesta,

schivare le gonfie parole

vestite con frange di festa.

 

Vivere è scegliere le umili

melodie senza strepiti e spari,

scendere verso l’autunno

e non stancarsi d’amare.

 

Vorrei che tu fossi felice

Vorrei che tu fossi felice,

cipollina, vorrei

che tu non conoscessi

il cane nero della sventura,

quando sarai uscito

dal blu dell’infanzia.

Vorrei che tu

non debba portare bazooka,

che tu non debba tremare

nel folto di un bombardamento,

che tu non debba pagare

per le mie colpe

né vergognarti di me,

del mio cicaleccio

e dei miei versi vani

e della mia professura.

Vorrei che tu  non fossi

Mai gramo o malato

o maldestro come Scardanelli,

vorrei vivere nella tua voce,

nei tuoi gesti,

nei tuoi occhi,

anche quando

mi avrai dimenticato.

 

Tra le lacrime

Tra le lacrime

bevo il lucicchio

del fiume che calza

scarpine di gelo:

sulla distesa

di acque assiderate

scivola perlaceo

il tuo volto.

Dietro le ostie del tempo

ti rivedo, ferma

a un cantuccio di Praga:

sotto agnelli di neve,

ingiallita,

dietro specchietti

di celluloide,

con gli occhi malati

dei tram

Praga piange.

E la nostra vita

si scioglie in laghi

di dolce speranza.

Ma ameno il desiderio,

almeno l’ansia di tornare

fra quelle umide pietre,

di riabbracciare

le statue del ponte,

dà un cielo

ai giorni mesti,

una musica ai fili del pianto

e rinchioma  gli alberi

del nostro amore.

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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