L’aria è fresca e caliginosa a Mysore. Dopo un viaggio su un treno sgangherato, sono arrivato finalmente in questa città nella parte meridionale dell’India conosciuta per essere il tempio dell’ashtanga yoga. Immersa nel verde tra palazzi coloniali e viali, Pattabhi Jois (1915 – 2009) apri qui la sua ‘shala’ – così si chiamano le scuole di yoga in India – nel 1948.
La scuola è coordinata da sua figlia Saraswathi e dalla nipote Sharmila.
Mysore rappresenta uno dei poli dello yoga più conosciuti al mondo insieme Rishikesh in Uttarakhand divenuto famoso grazie ai Beatles. A queste è necessario aggiungere anche la città di Pune nel Maharashtra dove ha sede l’importante scuola fondata da B.K.S. Iyengar (1918 -2014). Pattabhi Jois e lo stesso Iyengar sono considerati le due figure principali dello yoga moderno che si pratica ormai in maniera diffusa in tutto l’occidente. Entrambi fanno parte della stessa radice che proviene dell’ashtanga yoga come allievi dello stesso guru (maestro), Krishnamacharya (1888 – 1989) padre del metodo vinyasa basato sulla coordinazione tra respirazione e movimento.
Krishnamacharya è stato il precursore che parti da Mysore per diffondere la pratica yogica in tutta l’India anche se è conosciuto soprattutto come guaritore legato alle pratiche ayurvediche. Fino al 1948 la città era stata uno stato principesco poi annesso all’India con la fine del dominio britannico.
Il piccolo regno era governato da un maharaja molto illuminato che si chiamava Krishnaraja Wadiyar IV, un principe filosofo apprezzato anche da Mahatma Gandhi. Questo periodo fu l’epoca d’oro per la città anche perché il maharaja Mysore era soprattutto un mecenate. Fu lui che aprì la sua corte a Krishnamacharya per sviluppare varie tecniche e saperi antichi poi confluiti nel suo yoga. Nella corte fiori un albero in cui frutti sono stati disseminati dai suoi successivi allievi. Tra questi Pattabhi Jois riprese direttamente gli insegnamenti del suo maestro, con limitate variazioni, consacrando le serie dell’ashtanga yoga.
Ma cos’è lo yoga? E in che cosa consiste la tecnica ‘ashtanga’?.
Questa domanda mi ha accompagnato per tutta la mia permanenza a Mysore.
La risposta, seppur nella sua parzialità, sta credo nell’esperienza del sentire il proprio corpo cambiare e la propria mente placarsi. Mentre penso a questa cosa, mi viene in mente un testo sacro della tradizione induista, il Bhagavata Purana. Si tratta di una conversazione svolta in sette giorni tra il rishi (saggio) Sukadeva e il re Parikshit, condannato a morire che decide di dedicare i suoi ultimi giorni a comprendere il senso della vita. Il re chiede allo stesso Sukadeva, di illustrargli la via della perfezione per l’essere umano essendo vicino alla morte.
In sintesi, conoscere il divino e la realizzazione spirituale risponde Sukadeva.
‘Un solo attimo di consapevolezza divina vale più di una intera vita sprecata nelle occupazioni ordinarie’. Tra gli strumenti utilizzare per raggiungere questo traguardo, Sukadeva gli illustra la pratica dell’Ashtanga yoga.
‘Bisogna controllare la posizione del corpo e la respirazione. Questo aiuterà a controllare la mente, i sensi e l’intelligenza per poterli applicare alla contemplazione della forma universale’.
Ma il testo probabilmente più illuminante per comprendere cosa si cela dietro questa misteriosa pratica è lo Yogasutra di Patanjali sviluppato tra il 200 a.C. e il 400 d.C., con la sua celebre definizione che restituisce la bellezza del sanscrito in tutta la sua espressività.
योगश्च ि त् त वशत् त ननरोध
Yogaś cittavṛttinirodhaḥ.
Lo yoga è la cessazione dei condizionamenti della mente. Allora già da queste poche parole si intuisce che è riduttivo intendere questa pratica come un normale sport.
La differenza sostanziale è che le posizioni adottate lavorano potentemente non solo sul corpo ma anche sulla mente del praticante.
Il respiro è il connettore ma anche il complesso simbolismo celato dietro le diverse pose.
Chi ha fatto esperienza con questa pratica conosce bene l’impatto che può avere nella vita di tutti i giorni. Di sicuro diventa indispensabile quasi come il cibo per il corpo.
La filosofia dietro lo yoga parte dal riconoscimento della natura delle nostre menti che, per il loro stato transitorio segnato dal tempo tra la nascita e la morte, porta ad attaccarsi alle cose. Anche in questo caso, il ragionamento parte dal dolore provocato, secondo Patanjali, da cinque fattori detti klesha क्लेश che sono oltre all’attaccamento (rāga) anche ignoranza (avidya), egoismo (asmita), repulsione (dvesa) e paura (abhinivesha).
Allora controllare questi condizionamenti della mente può essere una strada per arrivare allo yoga che significa ‘unione’ con lo spirito supremo detto ‘brahman’. Questa è la ragione esistenziale che si ritrova in tutta la tradizione filosofica indiana seppur nelle sue infinite sfumature. Il corpo e la mente sono degli strumenti che possono essere controllati attraverso la pratica yogica. Pertanto le diverse tecniche come l’ashtanga alla fine sono dei percorsi di purificazione.
La finalità dello yoga è quindi il raggiungimento dello stato di ‘samadhi’ समाधि controllando prima il corpo per poi passare alla mente attraverso cui fare esperienza di altri mondi oltre quello materiale che già conosciamo.
La ricerca dell’essenza dentro di noi e il ricongiungimento con il tutto è potentemente definita da Ramana Maharshi (1879-1950) famoso mistico e filosofo indiano, considerato uno dei più importanti maestri spirituali dell’India moderna. Maharshi nel porsi la domanda ‘chi sono io?’ risponde ricordando che non è il suo corpo, il respiro, né i cinque sensi ma la consapevolezza di ciò che rimane.
Lo yoga quindi è qualcosa che va oltre gli allineamenti e le posture.
Pattabhi Jois nel suo testo ‘yoga mala’ ricorda come per diventare un buon praticante oltre alle asana è importante osservare yama e niyama cioè regole etiche e virtù descritte da Patanjali negli otto stadi definiti nello Yoga Sutra. Penso che sia importante sapere cosa facciamo e la radice a cui appartiene. È un atto di consapevolezza che non implica di seguire tutte queste indicazioni ma coglierne almeno il senso generale evitando di banalizzare e svilire una tradizione millenaria.