Torno a Kathmandu. Dieci giorni di salite, le gambe si fanno sentire. Mangio una zuppa calda, il locale è turistico meglio non rischiare una notte insonne tra bagno e letto.
La noia tracima, faccio una passeggiata nel mio quartiere, Thamel. L’aria è rarefatta. Il suolo ribolle rilasciando il caldo accumulato in giornata, l’odore di carburante inebria i passanti al transito di una scia di motorini,armati di clackson rompono il silenzio della sera come grilli d’estate. Un piccolo tempio incastonato tra sgraziati palazzi mi attira, entro nel suo ventre, sento vociare, un uomo attraversa la corte, lo fermo, è tornato dall’Australia per salutare sua madre che se ne è andata, mi invita a mangiare con la sua comunità. Accetto.
Un tavolo imbandito mi accoglie, del cibo tradizionale ne colora la superficie, gruppetti di persone si annidano tra gli angoli del ballatoio intorno ai parenti più stretti, si discute, si sorride con compostezza, c’è serenità nonostante tutto. Saluto cordialmente con tono pacato, le mie mani sono giunte, parlo a bassa voce, faccio condoglianze.
Mi consigliano di assaggiare un dolce rossastro dall’aspetto poco invitante, lo ingurgito velocemente per non assaporarne troppo la stucchevole fragranza. Mi ferma un uomo sulla sessantina, statura minuta, occhi profondi nascosti da un cappello con ampia visiera, Surdarshan è curioso.
Gli racconto un po’ di me, parliamo del luogo in cui siamo, Bhagahan Bahal. Un tempio dedicato a divinità induiste e buddiste. Un ibrido comune in Nepal, laboratorio interculturale di straordinario interesse, qui Shiva o Ganesh condividono il loro spazio divino con Buddha, tra questi compare anche Guru Rinpoche, colui che, per primo, importo il buddismo in Tibet, purificando quel luogo impervio infestato dai demoni.
Una commistione che rivela un universo di tolleranza e rispetto.
Sudarshan sostiene che qualsiasi cosa succeda alla sua comunità, cento famiglie, si trovano sempre qui per condividere le gioie di un unione o stare accanto ad un amico.
Un perno spaziale su cui incardinare riti di passaggio, un dispositivo per abitare lo scorrere mutevole del tempo.

La città dei morti
Sudarshan mi accoglie in casa sua, un edificio smilzo ben tenuto, scale strette e ripide con pianerottoli in cui trovare sollievo, rigorosamente dotati di lavandino.
Prendiamo un chai insieme. Si parte in direzione Pashupatinath. Con una moto impolverata ci perdiamo nel ventre caotico di Kathmandu. L’aria è irrespirabile, la gola è secca,
la mente è rapita da banchi di volti che come pesci disordinati, affollano questo oceano pulsante di umanità. Sono tutti marcati con un segno in fronte, un rosso ruvido e violento, niente a che fare con i cugini indiani, sembrano che siano stati colpiti con violenza da una divinità furibonda.
Entriamo a Pushpatinath, la città dei morti. Un torrente malodorante tra una vallecola stretta costellata da templi e gradinate, tutto rigorosamente orientato verso il tramonto.
Qui ogni giorno, corpi senza vita sono cremati pubblicamente.
Mi riviene in mente il mio primo viaggio in India a Varanasi, tutto sommato questo luoghi ci ricordano l’unica certezza che abbiamo. Una condizione che ha spinto l’essere umano a trovare una spiegazione.
In questa parte del mondo, l’angoscia e lo smarrimento trovano risposta nella reincarnazione. Un processo affascinante sopratutto nei suoi risvolti terrestri, le persone sono invitate a rispettare il loro interno dove può celarsi l’anima di un caro reincarnato.
L’ingranaggio esistenziale cu sui ruota tutto questo è il concetto di karma. Circolarità, rotazione, penso al ciclo dell’acqua, dalle montagne aspre dell’Himalaya, ai vasti delta dei fiumi indiani che si tuffano in mare.
L’acqua è sempre presente nel rito di cremazione, si bagnano piedi e occhi del defunto rigorosamente nudo, con niente si arriva, con niente si parte, ricorda profeticamente Sundershan.
Una veste bianca avvolge il corpo accasciato ai piedi delle gradinate, cataste di legna diligentemente sistemate lo attendono, il fuoco divampa, l’anima è lontana, il veicolo è in cenere.
Buon viaggio.

L’incontro con l’astrologo
Con Sudarshan siamo vicini di casa.
Passo da lui per colorare di quotidianità le mie dense giornate. Mi vuole portare in un posto speciale. Qui, tra le grotte profonde, Guru Rinpoche ha passato parte del suo tempo a meditare.
Prima però, Sudarshan ci tiene a spiegarmi la sua visione. Il Nepal ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione del buddismo tibetano, la sua idea è quella di convincere il Dalai Lama in persona su questo punto cruciale. Per questo motivo raccoglie prove, classifica, documenta con precisione. Vuole rendere cosciente la sua comunità.
Quelle culture religiose che pratichiamo non sono state importate, sono frutto di contaminazioni legate originariamente alla loro terra. Capisco queste dinamiche. Vengo da una regione minuta al centro dell’Italia, un luogo unico ma inconsapevole del suo potenziale. Un’immagine sfuocata specchio della propria fragile identità. Parliamo di tantrismo e astrologia.
L’astrologo è come un dottore, ci si va per le cose importanti. Sono irrequieto vorrei trovare pace in me stesso, forse gli astri possono dare qualche suggerimento. Sudarshan annuisce, ci tiene a spiegare però che è un percorso serio e che può essere lungo nel tempo. Capisco ma, vorrei un assaggio senza troppo incatenamenti, vengo da una società liquida a bassa intensità devozionale. Nessun problema.
Tre giorni dopo ci vediamo a mezzogiorno, visitiamo vari monasteri, la mia testa ha un pensiero fisso.
Andiamo a casa sua. Chai. Parla. Non ascolto. Accidenti l’ha presa lunga. Andiamo al sodo, via. La pazienza non è la mia virtù ma aspetto con educazione.
Francesco sei una persona gentile e profonda ma… Incominciano a sudarmi le mani. Il tuo umore è instabile tra gioie e delusioni, la tua natura impulsiva sprigiona rabbia che non ti fa ragionare adeguatamente. Questo porterà problemi!’.
Porca miseria, meglio di un costoso psicoterapeuta occidentale.
La soluzione è parlare con un monaco per attivare una serie di pujia con mantra e offerte, Questo la nostra cultura può fare per te.
La mia postura scientifica costruita con duro lavoro vacilla. Rifletto, respiro, ringrazio. Provengo da un’altra cultura, mi interessa focalizzare le questioni, però non cerco scorciatoie intendo lavorare su me stesso. Abbandonare il mio fardello personale, lasciarlo dall’altra parte del mondo, aspettare che qualcosa accada. Non fa per me. Qui riscopro le mie profonde radici occidentali.
Nietzsche martella. Eppure qualcosa c’è. Ogni cultura su questo ha costruito le sue spiegazioni. Persi nella selva oscura della vita, un dilemma ci assale, arroccarsi in cima a una vetta impenetrabile, oppure, saper gestire le avversità stando nel mondo.
Forse l’importante è saper camminare.
Esco a prendere aria, namaste.