09 Luglio 2025

§06 – Disattenzione

Francesco Lampone
§06 – Disattenzione

Non posso ricordare quando ho conosciuto Nicola Anastasio, perché ero troppo piccolo. Mio padre conosceva bene la moglie, Fiorella, a sua volta intima della sorella di mio padre, e il loro primogenito Salvatore era mio perfetto coetaneo: il risultato è stata una frequentazione che precede di molto i miei ricordi. Ho delle foto di allora, ma Nicola non c’è mai dentro: era al Windsor o stava tirando la palla in un canestro? Salvatore fu poi mio compagno di scuola elementare, e insieme di giochi fra la piazzetta dell’Erba e il vicolo Oscuro, finché ci ritrovammo nella leva cestistica del basket Assisi, nel 1976/77 credo. Io ero lì parecchio per caso e di malavoglia; lui no, e qualche sospetto sul perché avrei dovuto averlo, perché il solo fra i miei amici che avessi mai visto tirare in un canestro (improvvisato appunto in una piazzetta dell’Erba già del suo piena di canestri, ma d’erba e verdure) era proprio Salvatore; ma il calcio allora prevaricava ingiustamente le mie peraltro indolenti inclinazioni sportive.

Fu allora che Nicola mi si rivelò sotto una nuova, stupefacente luce. Il mio allenatore era in realtà Giorgio Ciatti: un incontro decisivo nella mia adolescenza; ma ogni tanto Nicola lo sostituiva, o capitava agli allenamenti (ce ne volle, prima di arrivare ad una partita…), e si impose alla mia attenzione distratta come qualcuno che contava parecchio in quel misterioso (per me) microcosmo della pallacanestro assisana, che vedevo popolarsi pian piano di nuove figure. Uno importante dunque, ma come, perché?

Diventammo presto abbastanza bravi e grandi perché (raramente) Nicola giocasse con noi: quasi mai una partita, più spesso qualche minuto, ed eravamo spiazzati dal suo stile di gioco: ci colpiva soprattutto la disinvoltura del giocatore navigato, farcita però di arcaismi tecnici che ci lasciavano affascinati e interdetti. Un po’ come constatare che con arco e frecce si può fare altrettanto bene che con un fucile automatico. Accadde poi che diventammo troppo bravi e grandi perché Nicola, che non aveva più vent’anni (né trenta, né quaranta) giocasse ancora con noi, che già eravamo dentro mani e piedi in una pallacanestro molto più atletica di quella dei suoi tempi. Ma era sempre lì nei dintorni, sempre gentile e discreto, sempre ottimista e incoraggiante, e intanto si era lanciato con successo nel basket femminile, in piena esplosione.

Nel frattempo mi giungevano frammenti di storie sconcertanti su di lui. Lo sapevo che era stato (quasi) nazionale egiziano? Che quando giocava poteva decidere da solo una partita? Che quando era arrivato nella  squadra del Convitto era stato come se fosse apparso un profeta? No che non lo sapevo o forse sì, qualcosa, ma ero distratto da altro: da giovane, se ti piace uno sport, conta quasi solo giocare. E io giocavo, appunto, e me la cavavo. 

Altro tempo è passato, e si dice che il tempo sia galantuomo. Mi sa che è vero perché mi ci è voluto del tempo per rendere la giusta considerazione a Nicola Anastasio e al suo ruolo nella pallacanestro di Assisi. Nicola, che era un piacere ascoltare in quel suo curioso grammelot di poliglotta levantino; Nicola, svelto come un furetto a fare, capire, anticipare; Nicola, che non ho udito mai autocelebrarsi; Nicola, che non ho visto mai comportarsi ingiustamente verso nessuno al mondo; Nicola, con le sue storie di gioventù straordinariamente interessanti; Nicola, che era una gran brava persona. Una fortuna e un privilegio, averlo conosciuto; un rimpianto, non averlo conosciuto abbastanza.

Francesco Lampone

Lavora come responsabile dell'Area Affari Generali e Legali dell'Università per Stranieri di Perugia. Si occupa occasionalmente, per passione, della storia di Assisi. Ha pubblicato per le edizioni Assisi Mia, in collaborazione con Maria Luisa Pacelli, il volume: Assisi: un viaggio letterario, dove si esplora l’identità cittadina attraverso lo sguardo di cento visitatori illustri.

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