14 Luglio 2025

§08 – Voit

Gabriele Trubbianelli
§08 – Voit

Credo di non averlo mai visto indossare una tuta sportiva.

Arrivava alla stazione col bus o con un ciclomotore, credo un Cimatti. Camicia bianca a mezze maniche e cravatta d’ordinanza, d’inverno un sobrio ”panciotto” scuro, nascosto da un caldo Montgomery.

Lo vidi la prima volta all’ingresso della scuola Alessi di Piazza M.L. King: 1975. Avevo 9 anni, e da poco avevo assistito a un torneo di pallacanestro nel Sagrato della basilica di Santa Maria degli Angeli, con squadre locali. Non ci avevo capito molto. Strane regole, strani falli… Ma la mia carriera nei “pulcini” dell’Angelana calcio aveva avuto vita breve, e mio padre conosceva Luigi del Gaudio, ex arbitro e allora dirigente del neonato Basket Assisi. Mi presentai alla palestra della scuola in t-shirt, pantaloncini da calcio e scarpe Mecap scamosciate, verdi con logo giallo.

«Ciao ragazzi. Mi chiamo Nicola Anastasio, sarò il vostro allenatore».

A 9 anni mi era difficile capire l’età di una persona. A questo signore elegante dalla sciolta parlantina poliglotta, occhi furbi e sorridenti, davo almeno 60 anni e ne aveva poco più di 40. Lavorava all’Hotel Windsor Savoia di Assisi, e questo nome altisonante mi faceva pensare a lui come ad un Lord. Di più: un Milord!

Arrivava sempre puntuale, e mi aspettavo che dal quel panciotto uscisse un orologio da taschino. Ci rivolgevamo a lui con un “calcistico Mister” e lui, paziente, non ci correggeva. «Questo è tuo!», disse porgendomi un pallone duro e arancione marcato Voit (noi abituati al Supersantos). «Ogni volta che puoi tienilo in mano. Proteggilo, accarezzalo, palleggia. 5 volte con la destra e 5 con la sinistra.». E raccomandava: «Mai col palmo: usa i polpastrelli». Quel primo giorno tornai a casa palleggiando come un forsennato. Nicola mi aveva contagiato con il virus del basket.

Ore di palleggi piegati sulle gambe, o a battere il pallone contro la parete all’altezza del viso. Mano destra e sinistra. E lo scomparso (prematuramente) passaggio baseball! Sento ancora la sua voce: «schnell», svelto! O più bonariamente: «schlafen?», dormite? In un esercizio era meglio stare svegli: stavi davanti ad una parete e ti lanciava dei “missili” che dovevi afferrare evitando che ti colpissero. Il suo sistema di allenamento (apparentemente) noioso oggi pare anacronistico, ma ci tornò utile e andrebbe rivalutato e tramandato.

Poco dopo il basket a Santa Maria degli Angeli ebbe una ”casa”, un ex capannone dismesso dalla Montedison (chiamarlo palazzetto era follia). Solo anni dopo appresi che ad Assisi c’era una vera squadra che giocava al Convitto Nazionale di piazza Matteotti, con un passato prestigioso nel basket pionieristico, la squadra di Giorgio, Remo, Ezio, Peppe, Giancarlo, Aurelio, Roberto, Mario, Checco, Enrico, Paolo, Franco, Alberto, Sciabolone; e di Nicola, quel folletto stilisticamente simile ad un “Bob Cousy de noaltri” (paragone tutt’altro che irriverente)! Lui ci accennò qualcosa della sua militanza, provenendo da Udine, e a me suonò folle sentire di partite giocate all’aperto, per di più d’inverno! Conosceva tutti i trucchi, tipo fare diversi giri ai lacci facendoli passare sotto la suola quando nei campi all’aperto il terreno era viscido o ghiacciato, magari dopo aver spalato via la neve dal campo. Più avanti, giocare qualche partitella con amici su quel ”mitico” campo mi ha rimandato a quelle foto in bianco e nero, alle canottiere di flanella con la scritta C.N. Assisi cucita in rilievo. 

Ci raccontava di aver lavorato in Egitto e anche lì il basket era stato suo compagno di viaggio. lo ascoltavo, immaginavo, sognavo. FPC, questa era il nome di quella squadra nord africana allenata da Nello Paratore, di lì a poco coach della Nazionale Italiana. Avevano un urlo di battaglia, che fu anche il “nostro” saluto speciale fino agli ultimi giorni. Mai saputo cosa significasse o come si scrivesse, ma suonava così: «U come on iddilu FPC, u iddilu iddilu FPC!».

Il basket per Nicola era una cosa seria, seconda solo alla famiglia. Aveva tre figli: Salvatore, Marco e Anna, tutti con la sua passione per la pallacanestro. Con Marco, anch’egli del 1966, ho condiviso oltre 5 anni di gag, vittorie, lacrime e risate, allenati da Fabrizio Meccoli che ebbe la fortuna di ereditare quella squadra da Nicola. Un’intesa perfetta; genio & sregolatezza, Marco sapeva perfettamente come e dove trovarmi per andare a canestro.

Dopo di allora sono stato per anni fuori regione, giocando in molte città. Ma quando tornavo a casa non era difficile incontrare Nicola nelle sue lunghe passeggiate, e sapevamo sempre di cosa parlare. È stato un onore, Nic.

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