Ho avuto la fortuna di essere stato allenato da Nicola Anastasio nei lontani anni ’80, quando assieme a tanti altri miei coetanei di Assisi praticavo il minibasket. Era l’epoca in cui sugli schermi delle TV private imperversavano le star della NBA, le cui gesta venivano mirabilmente raccontate dal mitico Dan Peterson, famoso per il suo «mamma butta la pasta» quando il risultato della partita era ormai chiuso a favore dei Boston di Larry Bird o dei Lakers di Magic Johnson.
Tutti avevamo una forte curiosità nei suoi riguardi, anche perché sapevamo che ci stava allenando un atleta che pareva avesse militato nella Nazionale di basket egiziana, e lui non ci ha deluso: è stato un vero maestro di sport e di vita, dotato di grandi qualità personali e di tante particolarità che lo hanno reso indimenticabile nei ricordi di tanti ragazzi e ragazze, di diverse generazioni, che ha allenato nella sua lunga carriera. Non ultimo il suo slang originale, un mix di lingue frutto di esperienze di vita e contatti di lavoro internazionali, che in un contesto ristretto quale quello di Assisi aveva il sapore della novità e dell’apertura al mondo.
Sono poi rimasti proverbiali la classe, lo stile e il fair play di Nicola, un vero gentleman fuori e dentro il campo da gioco. Tutto vero, ci mancherebbe, e però…
Ce n’erano parecchi, di però, in quest’uomo che ci insegnava le regole base di un gioco divertente, che però doveva essere affrontato seriamente o altrimenti volavano a volontà “nocchini” e epiteti vari. Nicola ti trasmetteva un entusiasmo unico, inevitabilmente contagioso, però dovevi ripagare questa sua totale dedizione con il duro lavoro, il sacrificio e il sudore. Volevi tirare a canestro? Ok, però prima quanti terzi tempi di destro dovevi eseguire, soprattutto, di sinistro! E poi arresto, passo e tiro, arresto e tiro! Volevi fare la partitella? Prima però dovevi passare un’oretta a fare esercizi di “ball handling”, neanche fossimo stati degli atleti professionisti globetrotter. Volevi giocare? D’accordo, però allora voleva vederti correre in campo come un forsennato: «schnell, schnell»”! Con lui si correva sempre facendoci fare tanti giri di campo, diagonali, scivolamenti veloci e “suicidi”. Ancora oggi mi fa male il polso pensando al palleggio effettuato contro la parete della palestra interna del Convitto Nazionale per sciogliere il movimento, presupposto fondamentale per effettuare un tiro vincente che però doveva essere anche esteticamente elegante.
Raccontato così pare un incubo, e invece no: era divertente, soprattutto quando i fondamentali che ti aveva insegnato ti riuscivano in partita. Già: le partite. Massima correttezza verso tutti, certo; pochi sanno però che nei momenti chiave, quando si stava lì punto a punto, Nicola pretendeva da te che ti facessi furbo, ingannando l’arbitro e gli avversari con piccoli ma efficaci stratagemmi. Difficile raccontare quanti trucchi, dall’alto della sua esperienza di gioco, conoscesse per prendere un fallo, far perdere l’equilibrio all’avversario contrastandogli il tiro, oppure per fare un vero blocco o un taglia-fuori al limite del regolamento.
Se eri libero e chiedevi la palla dovevi avere però anche il coraggio di tirare; se poi sbagliavi dovevi però correre a tentare di recuperare la palla; e se non potevi tirare, dovevi però scovare un compagno meglio posizionato rispetto a te e passargli la palla.
Tutti questi, l’ho capito bene più avanti, non erano solo fondamentali di gioco, ma anche fondamentali di vita. Quegli allenamenti che rimpiango erano insieme degli insegnamenti, forse non sufficienti a fare di noi dei campioni NBA, ma preziosi per diventare persone di serie A. Grazie di tutto Nicola, sei sempre nei nostri cuori.