Credo di non averlo mai visto indossare una tuta sportiva.
Vedi pa’ cosa dicono di te?
Ma io lo sapevo che avevi qualcosa di magico. Quando la sera da piccoli ci addormentavi contando in tutte le lingue che conoscevi, arabo compreso, da 1 fino a 10; o quando ci raccontavi le tue nuotate nel canale di Suez tra squali e coccodrilli… mah!
E poi le tue gesta sportive, il tuo non guidare l’automobile, il tuo non fumare (così come non bere); e il tuo motorino, sul quale avevi straordinaria capacità di trasportare la cesta con i palloni, sfidando tutte le teorie dell’equilibrio, su verso la palestra della ‘Fiumi’ e giù verso Bastia. Eh sì, perché anche a Bastia Roberto, Mauro, Patrizio, Paolo e ancora l’indimenticato Gianni ti ricordano con affetto.
C’è stato anche il basket femminile, dove nell’ anno della serie C sei riuscito, come nessun altro team manager, a organizzare le trasferte anche in Sardegna: senza sbagliare mai una strada, senza sbagliare mai un orario, senza arrivare mai in ritardo. E anche qui Deborah, Aldina, Roberta, Paola, Cristina, Elena, Silvia ed una marea di atlete, compresa tua figlia Anna, ne avrebbero da dire!
Sì, c’era in te qualcosa di magico. Di speciale.
Prima della pallacanestro, insieme alla pallacanestro, dentro alla pallacanestro c’eravamo noi, la tua famiglia. Anna, Marco, io. Ma soprattutto c’era Fiorella, con le quattro borse piene di maglie, pantaloncini e accapatoi da lavare. Tu e la mamma: due giganti. Tutti insieme seduti intorno al tavolo, Anna a raccontare degli allenamenti, Marco a dirti delle sue vittorie, io a cercare di diventare come te. Bastava sparecchiare, e con cinque arance ci spiegavi degli schemi di azioni da eseguire.
C’era qualcosa di magico anche in questo.
Al tuo lavoro, il lavoro all’albergo, sapevi dare sublime esaltazione. Parlavi in inglese e francese con clienti, guide, direttori di agenzia; gestivi situazioni difficili con professionalità, e insieme leggerezza, determinazione ed eleganza. A trovarne oggi, di persone così.
Ora pa’ porto le tue scarpe, indosso i tuoi indumenti e sono ancora senza nome: non mi chiamo Salvatore, ma ero e sono il figlio di Nicola, così tutti mi riconoscevano.
Grazie per non aver mai alzato la voce, grazie per non aver mai sbattuto una porta, grazie per tutto.
Meravigliosa creatura, mio nutrimento. Che fortuna che abbiamo avuto nell’averti avuto.
Ciao.16