Valerie era una studentessa di antropologia alla Sorbona quando ad un tratto, tra i banchi dell’università, rimane stregata da una immagine.
Frequentava un corso d’arte primitiva quando vide una pittura aborigena x-ray.
Da allora la sua vita cambiò radicalmente.
Quei tratti profondi le parlavano.
Così decise di fare un viaggio in Australia.
Tornata in Francia, non pensava ad altro.
Le interessavano gli aborigeni, voleva capire, studiare e vivere con loro.
Alla fine degli anni novanta si trasferì in Australia per continuare la sua ricerca nel nord del paese presso Arnhem Land, una grande riserva in cui vivono ancora molti aborigeni.
Non c’era elettricità né acqua corrente.
Da allora, Valerie ha seguito tante ricerche in giro per l’Australia.
Una decina di anni fa si posta a Mission Beach con il suo compagno, lungo la costa orientale.
Gli aborigeni gli mancavano troppo e cosi adesso coordina un’associazione di storia locale e collabora come volontaria ad un centro di educazione ambientale.
Con lei c’è sempre Leonard che la segue nei suoi innumerevoli progetti.
Nato a Innisfail sessantadue anni fa, Leonard ha un fisico incredibile per la sua età.
Porta avanti la tradizione dei suoi avi aborigeni attraverso la pittura.
Si sposta solo camminando, non ha passaporto né carta di identità.
Conosce profondamente il suo territorio custodendone i segreti.
Valerie torna raramente in Alsazia dove ha ancora la madre e la sorella.
L’Australia è la sua terra.
Leonard lo sa bene. È l’unica persona dell’associazione con cui collabora attivamente.
Il segreto è rispettarli, ascoltarli e perdersi nella magia dei loro racconti, mi dice Valerie con la voce rotta dall’emozione.
L’ultima collaborazione ha visto la realizzazione di una mostra ‘Echo of the past’ che vuole riscrivere la storia degli aborigeni di Mission Beach.
Sfrattati, umiliati e spostati come pacchi dai colonizzatori inglesi in campi di lavoro, dopo una grande uragano, furono trasferiti da Mission Beach a Palm Island.
Una vergogna mai narrata a cui Valerie e Leonard hanno voluto dare voce.
Mentre visito il museo civico di Cairns, sono colpito dalla profondità dell’approccio, scendo in reception e mi faccio dare il numero di Valerie.
La chiamo. Rimane sorpresa dalla mia curiosità.
Il giorno dopo viene a prendermi per portarmi in giro e farmi conoscere Mission Beach.
È magra, esile con gli occhi minuti e profondi.
Mi carica in macchina e andiamo subito a ‘Clump point’.
Un luogo importante per gli aborigeni in parte compromesso dalla costruzione di un porto turistico.
Le proteste hanno ridimensionato il progetto originale.
‘This is the land of the Djiru, much has been destroyed but some traces remain in memory and space’. Mentre parla indica dei grandi cerchi nell’acqua disegnati da rocce. Erano delle ingegnose trappole per pesci ideate dagli aborigeni.
‘In northern Australia, the Aborigines could tell me the species of fish just by observing the ripples in the water’.
Valerie dopo tanto tempo passato con gli aborigeni mi racconta come il suo olfatto e udito si siano potenziati.
Si è fatta sera, proviamo ad andare a vedere se c’è Leonard.
La porta è aperta. È tornato a casa.
‘You don’t make appointments with him, things have to happen’.
Leonard è un tipo simpatico ma il suo sarcasmo ha un sapore amaro che rivela la sofferenza di chi vuole lasciarsi tante cose alle spalle.
Mi mostra le opere nel suo studio, domani alcuni studenti universitari di Sydney verranno ad incontrarlo.
Valerie lo osserva con amore, in Leonard c’è tutta la sua passione sconfinata per gli aborigeni e il senso della sua vita.
Un immagine commovente che rimane impressa tra le bellezze di questa maledetta terra australiana.