22 Agosto 2024

Il rito della morte tra i Toraja delle Sulawesi (Indonesia)

Francesco Berni
Il rito della morte tra i Toraja delle Sulawesi (Indonesia)

Qui nella regione dei Toraja, ci si deve venire apposta ancora oggi, non ci si passa per caso.

Questo fattore, unito alla forte tradizione che ogni famiglia porta con sé, sono i principali pilastri che tengono in piedi una cultura autentica che questo luogo ancora conserva.

La cosa che colpisce particolarmente di questa cultura è il culto dei morti.

La mattina prima siamo stati ad una cerimonia funebre detta ‘rambu solo’.

Si tratta di rituali funerei importanti, a cui partecipa tutta la collettività. Avevamo saputo dalla nostra guida locale di un rituale di questo tipo e così ci eravamo presentati alla cerimonia tra tanti volti curiosi che avevano accompagnato la nostra salita sino all’abitazione del defunto.

Lungo il bordo del camminamento una serie di piccoli suini erano immobilizzati tra due assi di bambù con zampe completamente legate. Sentendo vicina la loro fine tremavano e si agitavano di continuo durante la tremenda attesa.

Avevamo però deciso di proseguire.

Intorno alla casa, tanti piccoli padiglioni in legno disegnavano una piazza rettangolare in terra battuta.

Alcune strutture temporanee, costruite appositamente per l’occasione, accoglievano parenti, amici e autorità.

Una piccola torre in legno dove era posizionata la bara del defunto e una sua grande foto a colori, segnava l’ingresso alla piazza.

Nei padiglioni, persone indaffarate parlavano, fumavano e bevevano, continuamente ristorate da giovani donne vestite in rosso, che entravano e uscivano continuamente da una grande cucina collettiva.

Come in una sagra di paese, tra bambini e anziani si respirava un’aria serena.

Nel recinto marcato dai pieni delle architetture venivano sacrificati molti bufali. Ne ricordo almeno tre. Questi animali rappresentano il veicolo attraverso il quale il defunto raggiunge le porte del paradiso. Poi toccherà a Pietro decidere se farlo entrare o meno, ma intanto è importante arrivarci.

Il numero e la tipologia di bufali evidenzia le possibilità economiche del clan famigliare e il loro status.

Maggiore è il numero di sacrifici più è alta la speranza per una buona vita nell’aldilà.

Yansen mi spiega come questo sia un passaggio delicato, una sorta di contraddizione interna nata dalla fusione tra animismo e cristianesimo.

Would It be really necessary to sacrifice a huge number of bulls to achieve the Paradise, if eventually, we are all equal in front of God and Jesus? Si accetta l’idea che siamo uguali di fronte a dio ma chi può permetterselo, continua a sacrificare più bufali possibili.

‘Di doman non v’è certezza’.

Al centro della piazza, i bufali venivano tirati con veemenza tra la folla di parenti e amici del defunto e poi sgozzati brutalmente cadendo senza vita al suolo tra fiumi di sangue rosso nel terreno arso dal sole.

Scuoiati e fatti a pezzi, la carne veniva lasciata all’aria tra gli sguardi allibiti dei pochi turisti presenti.

Eppure non ricordo di aver provato sgomento.

Sono gesti che sembrano quasi normalizzare la morte, seppur molto lontani dal nostro mondo ‘sviluppato’ in cui tendiamo a rimuovere questo passaggio fondamentale dell’esistenza.

Dopo i sacrifici, una serie di processioni con tante persone del villaggio rendevano omaggio alla famiglia del defunto.

Vestiti in nero con abiti tradizionali portavano in dono sigarette e betel.

Il defunto si chiamava Samuel aveva ottanta anni, una moglie e sei figli.

La sua morte era avvenuta diversi mesi prima del funerale. In questo lungo tempo di attesa, la persona viene considerata malata, non ancora deceduta, mi spiega Jacob.

Racconto a lui come ero rimasto colpito dalla famiglia del defunto.

Io e Giulia ci eravamo seduti tra gli ospiti, sotto un padiglione in legno seguiti dallo sguardo attento della nostra guida.

La figlia e suo marito, al pari degli altri ospiti, avevano speso del tempo con noi consumando insieme del tè caldo e deliziosi biscotti e ringraziandoci della nostra presenza.

Come gli altri partecipanti, anche Giulia aveva consegnato una stecca di sigarette in dono alla famiglia.

Io avevo provato a pronunciare in inglese un piccolo discorso.

‘we came with respect to understand your culture, we know that your father passed away and for this we bring you our condolences’.

Mi avevano guardato con occhi gravidi di affetto e risposto con una semplice frase ‘terima kasih’ [grazie]. Non servono tante parole, basta lo sguardo.

Nel frattempo avevo sentito grugniti strazianti provenire all’esterno del recinto rituale.

I suini visti all’ingresso stavano per essere sacrificati e poi consumati dagli ospiti. Un uomo aveva un pugnale e con due colpi ne aveva finito uno tra suoni strazianti come grida di paura e dolore. Non siamo abituati a queste cose, le vaschette confezionate che compriamo al supermercato sono specchio della nostra ipocrisia.

La cena è finita e si è fatto tardi. Lasciamo i nostri amici Toraja per tornare verso il nostro albergo.

Durante il tragitto in macchina ripenso alle scene vissute. Penso a come in fin dei conti queste genti lontane abbiano un modo diverso di gestire il distacco e la rielaborazione del lutto.

Con pazienza sembrano adattarsi lentamente all’assenza di un proprio caro.

Un meccanismo che consente di possedere la giusta serenità e la forza per organizzare una grande cerimonia in cui ritrovare l’abbraccio fraterno della propria comunità.

Si, perché qui la morte non si affronta mai da soli, dietro che un’intera comunità che per giorni e giorni convive con la famiglia, partecipando attivamente al rito di passaggio.

La morte non è qualcosa da eliminare dalla propria visuale ma parte integrante della vita quotidiana delle persone.

Penso al lutto di mio nonno e al mio rifiuto di vedere il suo corpo nella bara ancora aperta per l’ultimo saluto. Per noi la morte è il grande rimosso, qualcosa che devono trattare gli ospedali, i crematori, i cimiteri, posti lontani dagli occhi ma non dal cuore.

Francesco Berni

Urbanista. Consulente del Comune di Milano per progetti di rigenerazione urbana e innovazione sociale. Ho lavorato per enti pubblici e privati nel campo della progettazione e pianificazione urbanistica. Svolgo attività di studio e ricerca presso il Dipartimento di Architettura DIDA dell’Università degli Studi di Firenze su temi legati alla rigenerazione urbana, innovazione sociale e disegno della città. Appena posso però me ne torno tra i vicoli di Assisi.

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