08 Agosto 2021

Non ha più limite la mia pazienza Beppe Salvia (1954-1985)

Claudio Volpi
Non ha più limite la mia pazienza Beppe Salvia (1954-1985)

Riscoprire Beppe Salvia, poeta romano morto suicida, con i suoi versi limpidi che fanno i conti con l’odio e l’amore verso la vita, gli altri e se stessi, senza alcun risparmio. ”La  poesia cova e si accende, anche sotto la cenere, è vocazione senza professione, apprendistato senza stregoni, infinito stage non retribuito, scuola senza maestri, pianto senza lacrime, sogno che pare un incubo, capovolto, ad occhi aperti” (Luca Mastrantonio). Come scrive su di lui Andrea Zanzotto, “la sua poesia ha una luce di giovinezza e di alba e nello stesso tempo qualcosa appunto di terribilmente teso verso lontananze imprendibili”. Un testimone vigile, che alla fine si è spezzato.

1

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.

2

C’è chi, al contrario di me, non dispera,
che con salute e forza e virtù e buona fortuna,
si arrivi a morire dopo tanti bei giorni,
pieni di tantissime cose di questo mondo
o di un altro mondo;
o dopo tanti giorni e quella gioia soltanto
povera dei giorni.
Io son felice, a questo mondo,
solo di questo e spero
che a me il destino procuri
con le sue pesti e la pietà e i suoi dolori
un solo giorno più bello
di tutti questi miei dolorosi giorni;
o di questo mio dolore
si dimentichi per un solo giorno.

3

M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge universale,
e altre cose e uomini impareremo ad amare.
Ma io ho nostalgia delle cose impossibili,
voglio tornare indietro.
Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

4

Conosco adesso il tempo certo degli abissi
e la parola povera della vita,
e l’esclusione e l’essere
e il pentimento e la colpa.
E tutto dura nel mio corpo eterno,
e io non posso amare senza amor
e non posso soffrire senza dolore.
Ceneri del nostro tempo
gli evidenti abissi del dubbio e l’assoluto.

5

La mia paura è grande
ma ho il coraggio di esistere.
Soltanto in me è l’errore
del giorno e della notte.
Il tramonto è leggero
come una carezza,
e il giorno nella notte si trasforma.
Di questo genere del mondo
che è l’esser vero
l’inconsapevolezza giovanile
fa nascere qualcosa che
soltanto l’amore della ragione
conduce ad esser vero.
Anche di questo eterno errore
sono prodighi gli attimi fuggitivi,
le origini e la fine.

6

Abbiamo nel cuore un solitario amore,
nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo
per nostro vario cammino.
Le spiagge i cieli,
la riva su cui sassi e rovi e il solitario equiseto,
e colli erbosi grassi rioni,
città dispiegate come belle bandiere,
e nude prigioni.
Questa è la nostra vita.
Questi nostri volti vagabondi
come musi di cani ci somigliano.
Il vento il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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