11 Aprile 2021

Il silenzio di Dio

Claudio Volpi
Il silenzio di Dio

La fede come dramma e lotta spirituale, la ragione che si scontra con le credenze religiose, la solitudine e l’emarginazione, il silenzio di Dio ma anche la sua presenza costante. Questi i temi che compongono il canzoniere di frate David Maria Turoldo (1916-1992). Il poeta cristiano che più di ogni altro nel Novecento ha espresso la passione per il contrasto, lo stare fermamente dentro la Chiesa ma in modo critico, opponendo a ogni luogo comune una dialettica controllata da una coscienza che non accetta compromessi. La potenza di una poesia ricca di passione. “Turoldo ha percepito la centralità della poesia come una delle sedi più alte in cui la parola verifica se stessa e il mondo” (Andrea Zanzotto).

1 – Io non ho mani

Io non ho mani
che mi accarezzino il volto,
duro è l’ufficio
di queste parole
che non conoscono amori,
non so le dolcezze
dei vostri abbandoni:
ho dovuto essere
custode
della vostra solitudine:
sono
salvatore
di ore perdute.

2 – Salmo penitenziale Per la Settimana Santa del 1946

Più dura è la nostra vita
della Tua, Signore,
rotta, giocata,
dall’onda di giorni
disumani
sulle macerie di pietre;
(le mie ossa levigate
come le piastre della spiaggia).

Eppure non voglio che sia condanna
Alle Tue opere
Questo mio salmodiare
sconsolato. Tu sei la sorpresa
orrenda, l’insidia
sempre tesa, onde
non è concesso investigare
cosa maturi
ogni notte
il sangue.

Sei il nostro affamatore,
non lasci cogliere i frutti
di questo giardino terrestre,
ove fioriscono rose, musiche, e mani
candide come i lini
dei Tuoi altari; e occhi
più splendenti degli astri.

Feriti, arsi, dilaniati
da queste Tue forme
irraggiungibili;
una ad una
cadute le speranze
sotto l’arco di queste
stagioni inesorabili, lungo
le dolcissime riviere;
mentre è sentita consumarsi
la carne
nell’attesa
di inattuali paci.

La pena è d’aver creduto,
udito un messaggio
necessario,
che promette e non muta
nulla di questa
arrischiata avventura;
speranza che ti lascia
in balia di una scelta
cieca, di una
vocazione
inevitabile.

E l’anima resta
impigliata nei sensi
come un uccello avvinto,
mentre il pensiero
ferisce la carne
e gli affetti suonano
su queste corde,
anche nell’alto silenzio
delle nostre
notti deserte;
anche se il cuore ormai
ha troppo sofferto l’arsura
di queste insufficienti
fontane; mentre Iddio
ancora non si vede,
non si sente,
è lontano.

A noi è impossibile Cristo.
Abbiamo nell’anima un peso,
la colpa fa nido dentro le ossa.
E però sappiamo
che non ci condanni
se cerchiamo sfamarci
di ciò che Tu stesso hai creato.
Tutto è nostro:
la vita, la morte,
che paghiamo ogni giorno
adorando cose da nulla.

E, dopo tutto, non resta
che la corolla di queste parole
maledette, rosse
di sangue, fiorite
dal rimorso di averle
raccolte; e forse
il gesto libero
della sua pietà.

3 – Notte troppo vasta

Notte troppo vasta,
pianura lugubre
ove son nato, paese mio
senza montagne, senza una pianta!
Questa interiore notte
ove luce nessuna rompe
un attimo la tenebra compatta;
questa notte, coltre di morte,
immobile mare ove il grido
è rottame inutile.
Notte nemica, ove nessuno
è presente a segnare il punto
del tuo viaggio:
nessuno a dirti la distanza
della terra , del cielo,
mia notte, spazio no di vita
non di morte,
ove non è dato sapere
se una qualsiasi speranza d’approdo
sia ancora possibile:
questa inanimata notte
è mia dimora, Signore,
il mio elemento ove m’immergo:
e Tu, Tu, o Assente,
la mia lontanissima sponda.

4 – Chiedo soltanto pietà.

Non rifiutarmi, non maledirmi:
è impossibile vivere
se nessuno ci ama.

5 – Con silenziosa fede

E poi attendere
alla porta della cella
fino a sera
fino a notte:
attendere qualcosa
o qualcuno
o nessuno,
ma attendere.

6 – Io so

Mio cuore
contento di così poco
illuso forse d’avere
finalmente scoperto
il grande segreto
ma domani, certo,
nel riudirmi m’avvedo
che tutto è inespresso
io so le asperrime gioie
del silenzio di Dio.

7 – E non chiedere nulla

Ora invece la terra
si fa sempre più orrenda:
il tempo è malato
i fanciulli non giocano più
le ragazze non hanno
più occhi
che splendono a sera.
E anche gli amori
non si cantano più,
le speranze non hanno più voce,
i morti doppiamente morti
al freddo di queste liturgie:
ognuno torna alla sua casa
sempre più solo.
Tempo è di tornare poveri
Per ritrovare il sapore del pane,
per reggere alla luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva.
E la gente, l’umile gente
abbia ancora chi l’ascolta,
e trovino udienza le preghiere.
E non chiedere nulla.    

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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