14 Marzo 2021

Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi.

Claudio Volpi
Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi.
Giacomo Balla - La Pazza

In questo periodo di sofferenza, di malattia e lutti dobbiamo avere per gli altri e per il nostro prossimo parole gentili e silenziose, caute e coraggiose, misurate e morbide, sensibili e attente, che possano rispondere alle attese della vita di chi in particolare soffre e sta male. Non ci sono ricette per trovare queste parole, dobbiamo affidarci alle nostre intuizioni e sensibilità individuali. Dobbiamo togliere dai nostri visi il ghigno con cui affrontiamo ogni giorno, evitare le parole banali, piene di indifferenza e freddezza, che non ci fanno ascoltare l’altro e i dolori dell’anima.  L’indifferenza non ci fa essere generosi, crea il deserto in noi. Riflettiamo sul destino delle parole che si dicono e di quelle che non si dicono a causa delle nostre paure. La nostra vita è spesso svuotata di senso dalle troppe parole aride che pronunciamo, che non riescono a creare legami con le persone che incontriamo nella vita, soprattutto quelle che avrebbero bisogno di aiuto e di calore umano. Le parole dei poeti ci vengono in soccorso, con la loro densità, il loro respiro, i suoni, gli odori, bagliori di speranza. Lo facciamo oggi con tre poesie, una ancora di Kavafis, una di Margherita, paziente del manicomio di Novara che prima di morire ha affidato a bellissime poesie le sofferenze della sua struggente adolescenza, che ci mostra come anche in una persona schizofrenica ci siano gentilezza e sensibilità, dolcezza e malinconia, emozioni fragili espresse in modo luminoso, e infine una poesia di Emily Dickinson, grande poetessa su cui torneremo, colma di indicibile grazia.

Costantino Kavafis

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balia del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

Margherita
(Pubblicata da Eugenio Borgna)

Morirò all’alba
Di un giorno come questo.
Il sole pallido sorgerà a raggiera
Dietro la brughiera.

Voleranno rondini composte.
E il mio spirito fatto di zolle
salirà in umidi fumi.

Il viso tranquillo
gli occhi aperti al volo di un gabbiano
sul verde mare di ottobre.
Le nari protese a secchi profumi
di ulivi e buganvillee.
Un ricordo di gerani e agavi
In una stretta strada ligure.

Brocche ai portali di case.
Lacrime di madre
e io non sarò più.

I miei anni umili
lambiranno cose mie
nella casa antica,
tragico nido.

I vetri del muro di cinta
feriranno la mia anima in corsa
come faceste voi quando ero.

Quando sarò morta
mettetemi la bianca veste di sposa.
Non stonerà vicino ai miei occhi sinceri.

Portatemi vicino al mare
all’aria pulita
ridente di fiori mediterranei.
Portatemi lontana da canali e rogge
che languiscono in questa triste pianura.
Trasportatemi in una cesta di vimini
di quelle che usano i ragazzi
per rubar fichi

E non piangete

perché dal campanile
vi guarderò
sorridente e bianca.

Emily Dickinson

Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

Seguici

www.assisimia.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]