Con un’altra prospettiva, una poesia di Baudelaire e una di Wislawa Szymborska.
I ciechi
Contemplali, anima mia:
sono proprio spaventosi!
Sembrano manichini;
vagamente ridicoli;
terribili,
strani come sonnambuli;
dardeggiano non si sa dove
i globi tenebrosi.
I loro occhi,
dai quali è sfuggita
la divina scintilla,
come se guardassero lontano,
restano alzati al cielo;
non li vediamo mai
curvare verso il selciato
con aria sognante
la testa appesantita.
Attraversano così
il nero sconfinato,
questo fratello del silenzio eterno.
Oh, città!
Mentre intorno a noi
tu canti, ridi e muggisci,
invaghita del piacere
fino alla ferocia,
vedi, mi trascino anch’io!
Ma, più ebete di loro,
dico: “Cosa cercano nel Cielo,
tutti questi occhi?”.
Baudelaire
La cortesia dei non vedenti
Il poeta legge le poesie
ai non vedenti.
Non pensava fosse così difficile.
Gli trema la voce.
Gli tremano le mani.
Sente che ogni frase
è qui messa
alla prova dell’oscurità.
Dovrà cavarsela da sola,
senza luci e colori.
Un’avventura rischiosa
per le stelle dei suoi versi,
e l’aurora, l’arcobaleno,
le nuvole, i neon, la luna,
per il pesce finora
così argenteo
sotto il pelo dell’acqua,
e per lo sparviero,
così alto e silenzioso nel cielo.
Legge, perché ormai
è troppo tardi per non farlo,
del ragazzo con la giubba gialla
in un prato verde,
dei tetti rossi,
che puoi contare,
nella valle,
dei numeri mobili
sulle maglie dei giocatori
e della sconosciuta nuda
sulla porta schiusa.
Vorrebbe tacere,
benchè sia impossibile,
di tutti quei santi
sulla volta della cattedrale,
di quel gesto d’addio
al finestrino del treno,
di quella lente del microscopio
e del guizzo di luce dell’anello
e degli schermi
e degli specchi
e dell’album dei ritratti.
Ma grande è la cortesia
dei non vedenti,
grande la comprensione
e la generosità.
Ascoltano,
sorridono e applaudono.
Uno di loro
persino si avvicina
con il libro
aperto alla rovescia,
chiedendo un autografo
che non vedrà.
Wislawa Szymborska