Alcune poesie di Beatrice Zerbini (Bologna, 1983).
1
‘Cosa posso regalarti?’ ti chiedo.
Vorrei solo – mi dici –
che tu fossi felice.
E frugo nell’abisso, scavo
dov’è la luce, la boa
aggrappata ancora
a un filo,
un filo di cuore,
e trattengo con i denti
il pianto
per te, per te soltanto.
Più tardi,
alla serra,
ti cercherò un fiore.
2
Ciao, Dio.
È da un po’
che non mi faccio sentire:
non è per bestemmiare,
non è per nominarti invano,
non è per criticare,
recriminare,
colpevolizzare,
né per dubitare
di Te.
Questa volta, non è
per chiederti un favore.
Va bene
chi mi ama,
scegli Tu,
chi c’è
c’è.
Va bene la distanza
dalla mano
a ciò che serve.
Davvero.
Non sono in ritardo
per un treno;
non ho paura
degli esami del sangue
degli altri.
Un tumoraccio,
uno sfratto,
la miseria,
il Natale da sola,
non ho paura,
di notte,
se sto sveglia,
e non fumo più.
Non ti nomino
per dirti
vieni
o vattene
o ricordati di me.
Ma siccome
smette di piovere
e respiro
e la schiena
fa meno male
e mi scappa da ridere
anche senza
venti
milligrammi
di Cipralex,
Volevo dirti grazie,
Tu sai perché,
o almeno spero,
perché io per cosa
di preciso
non lo so.
3
Provo
ad avere la pelle,
ricomporre formine,
senza stelle e castelli,
pigio
per non disperdermi
e prendo
la distrazione del respiro,
la recinto
se per caso
esistesse l’anima
non farla uscire,
non farla colare
sui cuori chiusi,
non disamarmi
dal loggione
dei tuoi occhi;
voglio averne di miei,
con le ciglia alzate
a puntarmi,
come a dirmi:
sei tu,
non ti confondo
con niente altro
al mondo.