10 Febbraio 2022

§22 – Da Orvieto ad Assisi

Maceo Angeli
§22 – Da Orvieto ad Assisi

Leggi la nota introduttiva

In casa di Ciaurro mi sono trovato assai bene, attorniato da stima e affetto. La casa era fabbrica e abitazione, messa insieme con tanto gusto.
Le sue figlie Noemi e Carmela davano vita alla casa con la loro irrequietezza piacevole, ed io mi trovai per la prima volta dopo tanti anni di tristezza e dolori veramente felice. Ad un certo momento mi accorsi che ero innamorato di Carmela, che sarebbe stata come desiderio la compagna della mia vita, ma non ho avuto il coraggio di manifestarglielo, perché avevo un rispetto incondizionato per Ilario, per cui non capivo che cosa sarebbe significato per lui togliergli a figlia per la quale [27q] aveva un affetto morboso. Rinunciai a questo pronunciamento da parte mia e mi rifugiai in me stesso, nei miei dolori e delusioni, che già ne avevo avute tante.
Appresi presso il caro Ciaurro l’arte di fare la ceramica e credo fermamente che, un maestro come lui, pochi se ne trovano al mondo.
Ecco che venne il momento di ritornare a Terni presso mio padre.
E qui altre complicazioni mi aspettavano. Sorse in me un desiderio di avere una famiglia tutta mia, e qui che scattò di nuovo il sentimento di amore per la figlia del padrone di casa. Il contrasto sorse subito con i genitori di lei, e non ebbi il tempo e la pace per capire se i due sentimenti (il mio e quello di lei), che più tardi risultarono opposti, fossero giusti per quello che mi accingevo a fare. Grandi lotte in famiglia non con quelli di casa mia, ma con quelli che un giorno sarebbero divenuti i miei parenti[1].
Dovetti partire e tornare in Assisi, e cercare di organizzare le cose per affrontare questa nuova situazione. Arrivato, cercai con tutte le mie forse di mettere una fabbrichetta di ceramiche in Assisi in casa mia. Soldi non ce ne erano, sacrifici inumani per tenere testa a questa situazione a volte insopportabile, ma il desiderio di avere una famiglia mia e qualcosa di mio [28q] era tanto forte da sopportare tutte le avversità. Decisi di sposare ed avere dei figli[2], che mi avrebbero dato la forza di andare avanti.


[1] La persona così discretamente evocata diventerà in realtà la moglie di Maceo Angeli, e si chiamava Giacinta Fabbrizi. Giacinta viveva con la famiglia (c’erano anche altre quattro sorelle ed un fratello) al piano superiore della casetta a due piani della periferia di Terni in cui si erano installati, a pigione, Artaserse Angeli e i suoi figli. Il padre Giovanni era stato fattore a Petrignano di Assisi (dove aveva trovato modo di entrare in contrasto con Artaserse, paladino di braccianti e mezzadri), ma aveva dovuto lasciare l’incarico ed aveva poi trovato lavoro a Terni. L’amore fra i due giovani fu fortemente contrastato dai genitori di lei e particolarmente dal padre, di ferventi idee fasciste e dunque in imbarazzo anche per le personalità politiche degli aspiranti genero e consuocero; a ciò si aggiungeva il disappunto per la precaria posizione economica del giovane Angeli. Intervenne quindi duramente per interrompere una fuga d’amore della coppia verso Assisi, via treno, intercettandoli violentemente alla stazione di Spoleto, e proibì severamente ogni contatto successivo. La giovane Giacinta dovette attendere il compimento della maggiore età per riunirsi al suo innamorato.
[2] Il matrimonio fu celebrato il 25 maggio 1935. Maceo e Giacinta ebbero quattro figli. Il primo fu Giuseppe, morto però a soli 14 mesi; Fiorella, nata nel 1938; Ginevra, nata nel 1942; Maceo Giovanni, nato nel 1951. Il nome Giovanni fu imposto al quartogenito in onore di padre Giovanni Principe, del quale si dirà appena oltre nel testo.

Edizione a cura di Francesco Lampone

Il prossimo capitolo del memoriale verrà pubblicato
giovedì 17 Febbraio 2022:

L’INSEGNAMENTO E LA CERAMICA

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