06 Giugno 2021

Raymond Carver: ”Te lo volevo dire”

Claudio Volpi
Raymond Carver: ”Te lo volevo dire”

Raymond Carver è un poeta che racconta. Vita vissuta, sempre e comunque: rapporti di coppia, riconoscimenti e spaesamenti, rotture e riparazioni, solitudini, comunioni, momenti estatici, con verità e vitalità. Limpido, come il dolce fragore dell’acqua sorgiva in bocca, e sincero, i suoi versi si concedono con la stessa spontaneità naturale del respiro. “Ray faceva sembrare ciò che è estatico una cosa comune, alla portata di tutti. Sapeva anche qualcosa di essenziale, che troppo spesso viene sacrificato a preoccupazioni minori: che la poesia non è semplicemente reticenza servita al posto di ciò che intendevamo dire. È un luogo dove esseri aperti e riconoscenti, per fare spazio e accogliere quegli avvenimenti e quelle persone che sono più vicino al nostro cuore. –Te lo volevo dire-. E lo ha fatto” (Tess Gallagher, poetessa, sua moglie). Diciamo tutto quello che dobbiamo dire a chi ci è vicino, prima che sia troppo tardi, perché la parole conducono ai fatti, preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza.

Dolce luce

Dopo l’inverno, dolorante e cupo,
sono rifiorito qui a primavera. Una dolce luce

ha preso a riempirmi il petto. Ho portato fuori
una sedia. Sono rimasto seduto per ore davanti al mare.

Ho ascoltato i segnali della boa e ho appreso
la differenza che passa tra una campana

e il suono di una campana. Ho deciso di gettarmi
tutto alle spalle. Ho persino deciso

di diventare disumano. E ci sono riuscito.

Ricordo ancora quando ho sbattuto il coperchio
sui ricordi e ho tirato il catenaccio.

Richiudendoli via per sempre.
Nessuno sa che cosa m’è successo

quaggiù, o mare. Solo io e te.
Di notte, le nuvole nascondono la luna.

Al mattino non ci sono più. E quella dolce luce
che v’ho detto? Anche quella non c’è più.

Per Tess

Giù nello Stretto le onde schiumano
come dicono qui. Il mare è mosso e meno male
che non sono uscito. Sono contento d’aver pescato
tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti
e indietro un Daredevil rosso. Non ho preso niente.
Neanche un morso. Ma mi sta bene così. E’ stato bello!
Avevo con me il temperino di tuo padre e sono stato seguito
per un po’ da una cagnetta che i padroni chiamavano Dixie.
A volte mi sentivo così felice che dovevo smettere
di pescare. A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda
e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l’acqua
e il vento che fischiava sulla cima degli alberi. Lo stesso vento
che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso.
Per un po’ mi son lasciato immaginare che ero morto
e mi stava bene anche quello, almeno per un paio
di minuti, finchè non me ne sono ben reso conto: Morto.
Mentre me ne stavo lì sdraiato a occhi chiusi,
dopo essermi immaginato come sarebbe stato
se non avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te.
Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito
e son ritornato a esser contento.
È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.

Il portafoglio di mio padre

Molto prima di pensare di morire,
mio padre aveva detto che voleva riposare accanto
ai suoi genitori. Gli mancavano tanto
da quando se n’erano andati.
L’aveva detto abbastanza volte perché mia madre
e anch’io ce ne ricordassimo. Ma quando il respiro
abbandonò il suo petto e ogni segno di vita
era svanito, si ritrovò in una città
a 512 miglia da dove voleva davvero stare.

Certo, però, mio padre. Era inquieto
anche da morto. Anche da morto
doveva farsi un ultimo viaggetto.
Per tutta la vita gli era piaciuto vagabondare,
e ora aveva ancora un altro posto dove arrivare.

L’uomo delle pompe funebri disse che ci avrebbe pensato lui,
di non preoccuparci. Una luce fioca
dalla finestra cadeva sul pavimento polveroso
dove aspettammo quel pomeriggio
che il tizio uscisse dalla stanza sul retro
togliendosi pian piano i guanti di gomma.
Si portava dietro l’odore della formaleide.
Era un omone, disse quello delle pompe funebri.
Poi cominciò a spiegarci perché
gli piaceva abitare in questa cittadina.
Quest’uomo che aveva appena aperto le vene di mio padre.
Quanto ci costerà il tutto? gli chiesi

Tirò fuori un taccuino e una penna e cominciò
a scrivere. Prima i costi della preparazione.
Poi calcolò il trasporto
della salma a 22 centesimi al miglio.
Ma per lui era un viaggio con ritorno,
non ve lo scordate. Più, facciamo sei pasti
e due notti in motel. Calcolò
un altro po’. Aggiungete un sovraprezzo di
210 dollari per il tempo e la manodopera,
ed eccovi il totale.

Credeva che avremmo discusso sul prezzo.
C’era una macchia di colore sulle
sue guance quando alzò lo sguardo
dai suoi calcoli. La stessa luce fioca
cadeva nello steso fioco punto sul
pavimento polveroso. Mia madre annuì
come se avesse capito. Ma non aveva
capito neanche una parola.
Niente aveva avuto senso per lei
da quando era uscita di casa
con mio padre. Sapeva solo
che qualsiasi cosa stesse succedendo
ci sarebbero voluti dei soldi.
Infilò la mano nella borsetta e tirò fuori
il portafoglio di mio padre. Noi tre
in quella stanzetta quel pomeriggio.
I nostri respiri che andavano e venivano.

Fissammo il portafoglio per un po’.
Nessuno disse niente.
Ogni traccia di vita aveva abbandonato quel portafoglio.
Era vecchio, sdrucito e sporco.
Ma era il portafoglio di mio padre. E lei lo aprì
e ci guardò dentro. Ne tirò fuori
una manciata di soldi che avrebbero
pagato quest’ultimo, stupefacente viaggio.

Il mio lavoro

Alzo lo sguardo e li vedo incamminarsi
giù per la spiaggia. Il giovanotto
ha sulle spalle uno zaino con il bambino.
Questo gli lascia le mani libere
per poter prendere la mano della moglie
nella sua e dondolare l’altra. Chiunque può vedere
quanto sono felici. E intimi. E costanti.
Sono più felici di chiunque altro e lo sanno.
La cosa li rende allegri e modesti.
Vanno fino alla fine della spiaggia
e scompaiono alla vista. Ecco fatto, penso,
e ritorno a questa cosa che governa
la mia vita. Ma dopo qualche minuto

ecco che tornano a passeggiare sulla spiaggia.
L’unica differenza
è che hanno cambiato lato.
Lui è dall’altra parte ora rispetto a lei,
dalla parte dell’oceano. Lei, da questa parte.
Ma si tengono ancora per mano. Ancor più
innamorati, se possibile. E lo è.
Lo sono stato anch’io per tanto tempo.
La loro è stata una modesta passeggiata, quindici minuti
all’andata, quindici al ritorno.
Hanno dovuto farsi strada
tra gli scogli e aggirare grossi tronchi
sbattuti qui quando il mare ha fatto il matto.

Camminano in silenzio, lentamente, tenendosi per mano.
Sanno che l’acqua è lì, a due passi,
ma sono così felici che la ignorano.
L’amore sui loro volti giovani. La sua aura.
Magari durerà per sempre. Se sono fortunati,
e buoni, e tolleranti. E attenti. Se riusciranno
a continuare ad amarsi senza risparmio.
E a essere sinceri l’uno con l’altro- soprattutto questo.
E lo saranno, naturalmente, lo saranno,
sanno benissimo che lo saranno.
Torno al mio lavoro. Il mio lavoro torna a me.
E il vento si alza un po’ sull’acqua.

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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