06 Luglio 2025

Questa Poesia

Claudio Volpi
Questa Poesia

“Nell’età del Ferro se ne andarono il pudore la sincerità, la fiducia, e presero a regnare invece le frodi, gli inganni, la violenza e un amore criminale del possesso.. Dalla terra non si ottennero più solo i frutti, ma si cominciò a scavarla e vennero fuori due metalli letali: il ferro, appunto, con il quale si fanno le armi. E l’oro, molto più pericoloso: perché le armi le muove e le governa. E alla fine la Giustizia lasciò la terra, inzuppata di sangue, per tornarsene in cielo. Sono più o meno queste le parole delle Metamorfosi di Ovidio che Pietro Da Cortona si vide consegnare dalla corte medicea per immaginare il suo affresco sull’età del Ferro…Mai come oggi, tuttavia, queste immagini (vedi dipinto sopra) sembrano parlare del nostro, di tempo: di questa età ferrea in cui i governanti non sono saggi, anzi sono pericolosi esaltati. E in cui il diritto è di nuovo sottoposto alla forza: senza nemmeno l’ipocrisia di un nascondimento, di un velo di resipiscenza, per non dire di vergogna. La legge del più forte è teorizzata, celebrata, propugnata: purchè il più forte siamo noi. Così , vedendo questo affresco i cantori dell’identità occidentale ( quelli che riscrivono i programmi scolastici di questa età di ferro…) ci suggerirebbero un’unica accortezza: di identificarci con chi il ferro lo brandisce, non con chi lo subisce. Con i vincenti: la parte giusta della storia è questa ,ora. Con Trump, non con i civili iraniani. Con Netanyahu, non con le persone di Gaza…” (T. Montanari)

Questa poesia parla del capo

della Nato e altri striscianti.

Lo decido io che è una poesia

e chi vuole può tenersi

la contentezza che non lo sia.

Questa poesia

non aveva bisogno di poesia,

volevo solo  festeggiare

la mia libertà, 

buttarla in faccia ai servi, ai vermi

della nostra occidentale inciviltà.

Questa poesia dice

che il capo della Nato

ha fatto il compito

che gli era stato assegnato:

far comprare agli Stati

altri armi americane.

Il resto lo recuperano i dazi.

Questa poesia dice

che con i soldi 

che si spendono in armamenti

si potevano piantare 

miliardi di alberi,

investire sulla ricerca

contro le malattie,

regalare cento libri

e uno strumento musicale

a tutti i bambini del mondo.

Questa poesia dice

che per salvare il mondo

dobbiamo capire

che il mondo è uno solo

e non sta nella nostra testa,

sta fuori di noi,

come i sassi,

come l’erba,

come i denti dei cavalli.

Pensiamo al fallimento

del pensiero e della parola:

in un mondo

in cui tutti parlano

non ci capiamo più,

semplicemente siamo soli

in mezzo alle nostre parole.

Questa poesia dice

che Israele a Gaza

non sta solo

distruggendo un popolo,

sta distruggendo

il sentimento dell’umano.

Questa poesia dice

che l’Europa deve costruire

uno sguardo nuovo

su sé stessa,

accettare che il mondo

ha molti centri.

Questa poesia dice

che sono miserabili

quei giornalisti che raccontano

la possibile invasione dell’Europa

da parte della Russia.

Tutti quelli che credono

nella forza più che

nel mettersi d’accordo

sul come affrontare insieme

lo stare qui nel mondo

sono nemici della poesia

e dell’amore.

Questa poesia dice

che invece

della ragione bellica

dobbiamo costruire

una ragione poetica.

La poesia non esclude

la lotta, il conflitto,

la poesia lotta

per dire agli uomini

che non c’è bisogno

di missili sempre più potenti

ma di un disarmo planetario.

Questa poesia sa

che dovrà districarsi

tra notizie di compleanni

e altre poesie

e notizie sul caldo

e pensieri sul riccone

che si è sposato a Venezia.

Questa poesia avrà

una mortalità infantile,

vivrà meno di una farfalla.

                                                Franco Arminio

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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