“Nell’età del Ferro se ne andarono il pudore la sincerità, la fiducia, e presero a regnare invece le frodi, gli inganni, la violenza e un amore criminale del possesso.. Dalla terra non si ottennero più solo i frutti, ma si cominciò a scavarla e vennero fuori due metalli letali: il ferro, appunto, con il quale si fanno le armi. E l’oro, molto più pericoloso: perché le armi le muove e le governa. E alla fine la Giustizia lasciò la terra, inzuppata di sangue, per tornarsene in cielo. Sono più o meno queste le parole delle Metamorfosi di Ovidio che Pietro Da Cortona si vide consegnare dalla corte medicea per immaginare il suo affresco sull’età del Ferro…Mai come oggi, tuttavia, queste immagini (vedi dipinto sopra) sembrano parlare del nostro, di tempo: di questa età ferrea in cui i governanti non sono saggi, anzi sono pericolosi esaltati. E in cui il diritto è di nuovo sottoposto alla forza: senza nemmeno l’ipocrisia di un nascondimento, di un velo di resipiscenza, per non dire di vergogna. La legge del più forte è teorizzata, celebrata, propugnata: purchè il più forte siamo noi. Così , vedendo questo affresco i cantori dell’identità occidentale ( quelli che riscrivono i programmi scolastici di questa età di ferro…) ci suggerirebbero un’unica accortezza: di identificarci con chi il ferro lo brandisce, non con chi lo subisce. Con i vincenti: la parte giusta della storia è questa ,ora. Con Trump, non con i civili iraniani. Con Netanyahu, non con le persone di Gaza…” (T. Montanari)
Questa poesia parla del capo
della Nato e altri striscianti.
Lo decido io che è una poesia
e chi vuole può tenersi
la contentezza che non lo sia.
Questa poesia
non aveva bisogno di poesia,
volevo solo festeggiare
la mia libertà,
buttarla in faccia ai servi, ai vermi
della nostra occidentale inciviltà.
Questa poesia dice
che il capo della Nato
ha fatto il compito
che gli era stato assegnato:
far comprare agli Stati
altri armi americane.
Il resto lo recuperano i dazi.
Questa poesia dice
che con i soldi
che si spendono in armamenti
si potevano piantare
miliardi di alberi,
investire sulla ricerca
contro le malattie,
regalare cento libri
e uno strumento musicale
a tutti i bambini del mondo.
Questa poesia dice
che per salvare il mondo
dobbiamo capire
che il mondo è uno solo
e non sta nella nostra testa,
sta fuori di noi,
come i sassi,
come l’erba,
come i denti dei cavalli.
Pensiamo al fallimento
del pensiero e della parola:
in un mondo
in cui tutti parlano
non ci capiamo più,
semplicemente siamo soli
in mezzo alle nostre parole.
Questa poesia dice
che Israele a Gaza
non sta solo
distruggendo un popolo,
sta distruggendo
il sentimento dell’umano.
Questa poesia dice
che l’Europa deve costruire
uno sguardo nuovo
su sé stessa,
accettare che il mondo
ha molti centri.
Questa poesia dice
che sono miserabili
quei giornalisti che raccontano
la possibile invasione dell’Europa
da parte della Russia.
Tutti quelli che credono
nella forza più che
nel mettersi d’accordo
sul come affrontare insieme
lo stare qui nel mondo
sono nemici della poesia
e dell’amore.
Questa poesia dice
che invece
della ragione bellica
dobbiamo costruire
una ragione poetica.
La poesia non esclude
la lotta, il conflitto,
la poesia lotta
per dire agli uomini
che non c’è bisogno
di missili sempre più potenti
ma di un disarmo planetario.
Questa poesia sa
che dovrà districarsi
tra notizie di compleanni
e altre poesie
e notizie sul caldo
e pensieri sul riccone
che si è sposato a Venezia.
Questa poesia avrà
una mortalità infantile,
vivrà meno di una farfalla.
Franco Arminio