Il problema dell’identità è la questione centrale dell’opera poetica di Derek Walcott (1930-2017), nativo dell’isola caraibica di Santa Lucia, premio Nobel nel 1992. Nei suoi versi dà voce ad una realtà geografica sociale e culturale che agli occhi del resto del mondo non è mai esistita: il paradiso terrestre sognato dai turisti, i Caraibi con le spiagge dalla sabbia bianca, palme e hotel di lusso non sono per lui che una visione superficiale. Quello che vede è un’isola sottomessa, gli abitanti dei Caraibi non sono felici. Sono invece lo zimbello della storia e del progresso, in nome dei quali sono stati incatenati, sfruttati e lasciati indietro. Walcott scrive in inglese, che padroneggia alla perfezione, ma proprio questa scelta linguistica sembra allontanarlo dalla sua gente e dalla sua terra, e di questo ne soffre. Nonostante ciò dà voce ad un mondo che per troppo tempo non l’ha avuta, e che si ribella agli scatti banalizzanti delle macchine fotografiche. “Per un’opera poetica di grande luminosità, sostenuto da una visione storica, il risultato di un impegno multiculturale”, questa la motivazione dell’Accademia Svedese per il conferimento del suo Nobel. Derek Walcott è un poeta musicale, pittorico, capace di, creare immagini bellissime, sinuoso nel descrivere l’amore e il sesso con grande sensibilità, ma anche violento nel colpire il lettore.
Migranti
L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno
nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachsenhausen,
e quelli che non stanno sopra un treno, che non hanno muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato
i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre
che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sopra i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.
Stella
Se, alla luce delle cose tu scolori vera,
eppure debolmente sottratta
alla nostra determinata e giusta distanza,
come la luna lasciata accesa tutta la notte tra le foglie,
possa tu invisibilmente allietare questa casa,
o stella, doppiamente compassionevole,
venuta troppo presto per il crepuscolo,
troppo tardi per l’alba,
possa la tua pallida fiamma
dirigere il peggio in noi attraverso il caos
con la passione del semplice giorno.
Epiloghi
Le cose che non esplodono
vengono meno,
sbiadiscono,
come il sole sbiadisce
dalla carne,
come la schiuma esala
nella sabbia,
anche il fulmineo lampo
dell’amore
non ha un epilogo
tonante,
muore invece con un
suono di fiori
che sbiadiscono come fa
la carne
sotto la pietra pomice
sudante,
tutto concorre a dare
questa forma
finchè restiamo soli col
silenzio
che circonda la testa di
Beethoven.
Amore dopo Amore
Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso
arrivato
alla tua porta, nel tuo
proprio specchio,
e ognuno sorriderà al
benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo
straniero che era il tuo Io.
Offri vino.
Offri pane.
Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero
che ti ha amato
per tutta la tua vita, che
hai ignorato
per un altro che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù
le lettere d’amore,
le fotografie,
le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa:
la tua vita è in tavola.
Concludendo
Vivo sull’acqua, solo.
Senza moglie né figli.
Ho circumnavigato ogni possibilità
per arrivare a questo:
una piccola casa
su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancate
al mare stantio.
Certe cose non le scegliamo noi,
ma siamo quello
che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano,
lasciamo tante cose per via,
fuorchè il bisogno di fardelli.
L’amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto acqua grigia.
Ora no chiedo nulla alla poesia,
se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo.
Tacita sposa,
non possiamo sederci
a guardare acqua grigia,
e in una vita che
trabocca di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.
Scorderò di sentire,
scorderò il mio dono.
È più grande e duro,
questo, di ciò che là
passa per vita.
Non abituarti mai
Non abituarti mai;
le piumate e oscillanti casuarine,
la luce silenziosa del mattino
su steli d’erba lucente,
i cuoi Ave dell’oceano,
le lance bianche delle marine,
l’onda che giocherella con le sue perle,
ave, airone e gabbiano pieni di grazia,
alla tua età non serve nient’altro,
mentre l’estinzione viene serena
come la luce del tramonto
sulla roccia scistosa
il tuo dono abbandona la pagina.
La tua Anima ha viaggiato l’orizzonte
come quieta lumaca
l’infinito alle spalle,
l’infinito davanti
e tutto quello che l’anima sapeva
era questa maestria
tutto quello che voleva
Cosa mai sapeva della morte
solo quello che avevi letto
come una fiamma smorzata
dentro una lanterna una notte,
ma senza stelle
formicolare di pianeti
luci come un vasto porto
un oblio divorante.
Non abituarti mai
l’immensa luna
di queste notti tempestate di borchie
che fanno vacillare il cuore
il leone del promontorio
in nome di tutto questo
sei giunto alla fine per trascorrere,
lodando le piumate oscillazioni delle casuarine,
e quei ringraziamenti che,
tanto spesso,
caddero dal cielo
la luce della sera
sugli steli d’erba piumata
le lance che scolorano poi
la luce delle marine
i velieri che si studiano
riflessi in quel vetro nero.