18 Ottobre 2020

Margaret Atwood una scrittrice di libertà.

Claudio Volpi
Margaret Atwood una scrittrice di libertà.

Oggi varchiamo l’oceano per atterrare in Canada, alla scoperta della poesia di Margaret Atwood. Come facciamo spesso, usiamo le illuminanti parole di un bravo critico letterario, Roberto Galaverni.’Margaret Atwood è un’autrice estremamente prolifica e versatile. Poesie, romanzi, racconti, fiabe, saggi: la sua immaginazione poetica o, visto che per uno scrittore è la stessa cosa, il suo senso di realtà appaiono così dinamici e imprevedibili da non poter essere circoscritti in una rigida definizione di genere. E infatti è difficile pensarla in modo unitario. La sua immagine complessiva sfugge da tutte le parti, come se non avesse un centro. Assomiglia piuttosto a una costellazione in continuo movimento, che s’accende ora qui e ora là secondo modi e regole non convenzionali e predefiniti. Da ogni punto di vista è una scrittrice di libertà, o meglio di liberazione. Possiamo chiamarle intraprendenza, spregiudicatezza, estro, capriccio, le principali virtù creative di questa instancabile autrice canadese. Una costante che l’ha guidata fin dall’inizio è proprio il senso di responsabilità verso l’umanità tutta. Nella sua opera si riconosce sempre un riferimento più o meno esplicito a un mondo grande, alla società nel suo complesso, al destino della nostra specie nella sua correlazione con tutto ciò che vive. Anche nel trattare gli argomenti più gravi risulta sempre brillante, ironica, capace di respirare e vedere oltre, conosce molto bene il desiderio e la gioia, la pietà e l’empatia. Possiede una sorta di felicità mentale, nelle sue poesie c’è intelligenza, mobilità del punto di vista, capacità di comprendere.

Abitazione

Il matrimonio non è
Casa neppure tenda
È antecedente, e più freddo:
L’orlo della foresta, l’orlo
Del deserto
Le scale grezze
Nel retro dove stiamo accovacciati
All’aperto, e mangiamo il popcorn
L’orlo del ghiaccio che retrocede
Dove penosamente stupiti
Di essere sopravvissuti fino
Ad ora
Impariamo ad accendere il fuoco.

COME

Come dirti
Che questo significa dolore,

questo piatto bianco, l’arancia sopra
al mattino; e il coltello d’argento,

il modo in cui stanno sulla tavola
come se appartenessero a questo posto,

così sicuri, dando tanto per scontato,
dimenticando di essere stati lasciati
indietro;

decidono di appartenermi
e la polvere, la luce

le cose che io non riuscirò mai
a toccare, che mai mi toccheranno.

Mattino nella casa bruciata

Nella casa bruciata faccio colazione.
Capirai: niente casa, niente colazione,
invece eccomi qua.

Il cucchiaio che si è fuso raschia
La ciotola che pure si è fusa
Non c’è nessun altro in giro.

Dove sono andati, il fratello e la sorella,
la madre e il padre? Via lungo il mare,
forse. I loro abiti sono ancora sulle grucce,

la pila dei piatti accanto al lavello,
accanto al fornello a legna
con la gratella e il bollitore incrostato,

ogni dettaglio è chiaro,
la tazza di latta e lo specchio grinzoso.
Il giorno è luminoso e senza canto,

il lago è blu, la foresta vigile.
A est un cumulo di nubi
Lievita il silenzio come pane scuro.

Vedo i ghirigori nella carta oleata,
vedo i difetti nel vetro,
le vampe dove il sole batte.

Le mani e le gambe non me le vedo
E non so se è un problema o una benedizione,
ritrovarmi qui, dove ogni cosa

in questa casa si è da tempo estinta,
pentolino e specchio, cucchiaio e ciotola,
perfino il mio stesso corpo,

perfino il corpo che avevo allora,
perfino il corpo che ho adesso
mentre siedo a tavola, sola e felice,

piedi nudi di bimba sulle assi bruciacchiate
(li vedo quasi)
Nei miei abiti in fiamme, i calzoncini verdi leggeri

E la maglietta gialla bisunta
Che tiene insieme la mia inesistente, cinerina,
carne radiosa. Incandescente.

Ritorni.

Ritorni nella stanza
Dove hai vissuto
Sempre. Dici:
cos’è successo
mentre ero via? Chi
ha sporcato le lenzuola, perché
non ci sono più i pompelmi?
E metti piede sul terreno che sta
Tra corpo e parola, che contiene,
o dovrebbe contenere, altre
persone. Lo sai che sei stato tu
a dormire, a mangiare qui, anche se
non ci credi. Devo essermi preso
una vacanza, pensi, per il pane
imburrato e l’amore, e forse tutti e due
insieme, il che spiegherebbe
l’unto sul copriletto, mano,
ora nei sei certo, qualcun altro
è stato qui coi tuoi panni
addosso e ha parlato
al posto tuo, perché non c’è stata vacanza.

Due sogni.

Sedute a mezzogiorno davanti all’insalata di carote
Mia sorella e io confrontiamo i sogni.
Dice lei, il babbo era là
Con una camicia da notte molto strana
Coperta di peli ruvidi, come un cilicio.
Era cieco, incespicava
E sbatteva contro le cose, e io non smettevo di piangere.

Dico io, il mio era simile,
Lui era ancora vivo, ed era tutto
Un errore, ma era colpa nostra.
Non parlava, ma era chiaro
Che rivoleva indietro tutto, le scarpe, il binocolo
Che avevamo dato via o buttato.
Aveva un’uniforme a strisce, come un carcerato.
Ci sforzavamo di essere allegri,
ma io non ero contenta di vederlo:
ora avremmo dovuto rifare tutto daccapo.

Chi ci manda questi messaggi,
obliqui e ovattati?
Che bene possono fare?
Di giorno lo sappiamo
Il passato è passato,
ma di notte è diverso.
Nulla finisce,
nemmeno la morte, il lutto;
i morti si ripresentano, come goffi ubriachi
che barcollano sulla porta
che noi gli apriamo nel sonno;
ospiti trascurati, mai del tutto benvenuti,
perfino quelli che più abbiamo amato,
che ritornano da dove li abbiamo spinti
via troppo in fratta:
da sotto terra, da sotto l’acqua,
si aggrappano, si aggrappano a noi,
noi non molliamo la presa.


Poesie tarde.

Queste sono le poesie tarde.
Quasi tutte le poesie sono in ritardo
Ovvio: troppo tardi,
come una lettera spedita da un marinaio
che arriva dopo che è annegato.

Troppo tardi per essere di aiuto, certe lettere,
e le poesie tarde non sono diverse.
Arrivano come per via mare.

Di qualsiasi cosa si tratti è già accaduta:
la battaglia, il giorno di sole felice, il chiaro di luna
che diventa voglia, il bacio d’addio. La poesia
si arena sulla riva come un detrito.

Oppure è tardi e la cucina è chiusa:
tutte mangiate o fredde le parole.
Galeotto, sorte e disfatto,
o sospesi, attese e un poco,
pensoso, dolente, desolata.
Persino amore e gioia: vecchi canti pluri-masticati.
Sortilegi arrugginiti. Ritornelli consunti.

È tardi, è molto tardi;
troppo tardi per ballare.
Allora, canta quel che puoi:
Accendi la luce: canta ancora,
canta: Ora.

Claudio Volpi
Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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