“Medellin, 25 agosto 1987: Hector Abad Gomez, medico, professore dell’Università e presidente del comitato per i Diritti Umani, viene trucidato per strada dagli squadroni della morte colombiani. Aveva dedicato la propria vita alla difesa dell’uguaglianza sociale, ai diritti, all’istruzione e alla salute degli esclusi in un Paese stretto nella morsa di narcotrafficanti e di politici reazionari. Vent’anni dopo, Hector Abad, suo figlio, decide di provare a raccontarne la vita, e contemporaneamente la propria infanzia e formazione, fino a quel terribile epilogo, facendolo con passione e affetto, commuovendo senza retorica, con indignazione ma senza invocare vendetta”. Quando lo uccisero il padre aveva in tasca una poesia di Borges, che si intitola Epitaffio.
Epitaffio
Noi siamo già
l’oblio che saremo.
Polvere elementare
che ci ignora
e che fu il rosso Adamo,
e che è ora,
tutti gli uomini,
e che non vedremo.
Già siamo nella tomba
le due date
dell’inizio e della fine.
La cassa,
l’oscena corruzione
e il sudario,
i riti della morte,
ed i lamenti.
Non son io l’insensato
che s’afferra
al magico concento
del suo nome.
E con speranza
a quell’uomo penso
che non saprà che fui
su questa terra.
Sotto l’indifferente
blu del Cielo
questa meditazione
ci consola.