La mattina mi alzai presto e uscii per andare a trovare il caro amico Dante ***[1], che mi attendeva.
Ero partito con le ottocento lire in tasca e mi pareva di essere un signore: presi un taxi e mi feci portare in Rue Pellizier[2], dove Dante lavorava da sarto presso una famiglia napoletana. Il padrone si chiamava Capaldo Ernesto e aveva un viso sfregiato poco rassicurante, uno di quei personaggi che si vedono nei film. Era un boss, infatti era lì che i venditori ambulanti andavano a prendere le stoffe così in giro per le città vicine. Rue Pellizzier non è una via [4s] importante, ma piena di animazione. Cosa strana è che non si sentiva parlare in francese, poco italiano, ma era il dialetto napoletano che dominava ovunque.
Dante mi accompagnò verso sera nella camera da letto che servì per molto tempo a me e a lui. Questa camera la prendemmo in una via centrale, Impasse Perier[3], era una specie di piazzetta dove a pian terreno c’era un caffè, dove la padrona, vecchia maîtresse, comandava tutto. Il marito era considerato come una cosa inutile e sottomesso alla moglie la quale in fondo non era cattiva, ma gli piacevano gli uomini chiunque essi fossero. A destra c’era l’ingresso alle stanze, due piani, si arrivava sopra per un’antica scala medievale a chiocciola, poco illuminata e poco pulita. La stanza era piccola e poco illuminata e i vicini erano gente strana e rumorosa; una donna di una certa età ubriacona gridava in continuazione e in maniera fastidiosa.
La prima notte fu una cosa terribile per me: mentre Dante dormiva profondamente russando, io sono stato sveglio tutta la notte in preda ad un nervosismo indescrivibile. Un po’ perché pensavo ad Assisi, alle cose care che mi ero [5s] lasciato dietro, e un po’ perché ad un certo momento un prurito indescrivibile mi prese, dalle gambe in su. Accesi la luce e con mia grande sorpresa mi accorsi che il letto era pieno di cimici grosse come un’unghia, puzzolenti come lo sono. Mi alzai e con dei giornali coprii le lenzuola, e così continuai fin verso la mattina, e finalmente mi addormentai un poco.
Il giorno dopo fui aiutato da alcuni amici improvvisati e trovai un lavoro come imbianchino presso un tale monsieur Uglà, il quale mi apprezzò un poco e mi dava una discreta paga[4]. Aspettavo la posta dopo qualche giorno, e mi arrivò regolarmente quella di mia madre, che mi dava tanto sostegno, insieme a quella di Agnese che mi giurava amore eterno, e questo mi dava tanto coraggio.
[1] Il cognome, evidentemente dimenticato dall’autore, è sostituito nel manoscritto da dei puntini di sospensione.
[2] Maceo scrive qui Pellizier e più avanti anche Pellizzier, ma non esiste un diretto riscontro toponomastico. In compenso a Montpellier esiste tutt’oggi una rue Guillaume Pellicier, centralissima, ed è certamente esistita nell’800 una rue Pelissier, ugualmente centrale. Inoltre, a cavallo fra ‘800 e ‘900 è vissuto a Montpellier un Léon-Gabriel Pélissier, storico, cui potrebbe essere stata dedicata a un dato momento una via.
[3] L’impasse Perier è davvero molto centrale. Ha sede in questo luogo ancora oggi un ristorante, il 1789 Restaurant/Bar Lounge, che con tutta probabilità è l’erede diretto del caffè/pensione di cui racconta Maceo.
[4] Non fu il solo lavoro precario a Montpellier di Maceo Angeli, che raccontava alla figlia Ginevra come in autunno si fosse fatto anche ingaggiare per la vendemmia.
Edizione a cura di Francesco Lampone
Il prossimo capitolo del memoriale verrà pubblicato
giovedì 4 novembre 2021:
GLI ITALIANI DI MONTPELLIER