05 Luglio 2020

La Fragilità che è in noi

Claudio Volpi
La Fragilità che è in noi

“La fragilità e la smarrita stanchezza di vivere, il dolore e la nostalgia della morte, si sono accompagnate alla vita e alla poesia di Antonia Pozzi, e alla sua scelta di morire a ventisei anni nel 1938. Le sue poesie, le sue lettere e i suoi diari consentono di intravedere qualcosa di quello che, in una forma di vita segnata da una infinita fragilità psicologica e umana, si costituisce a mano a mano come la possibile soglia di una morte volontaria; benché non si possa mai dimenticare che la decisione ultima di farla finita con la vita sia in ogni caso immersa nel mistero che non può essere se non rispettato e salvaguardato. Ma nella morte volontaria di Antonia Pozzi si rispecchiano le ultime straziate conseguenze alle quali giungono la fragilità e la sensibilità, la debolezza e la vulnerabilità, di una adolescenza divorata da una ardente immaginazione creatrice rimasta sconosciuta a tutti. L’adolescenza è l’età nella quale la crescita e il tumulto delle emozioni hanno forme e tematiche radicalmente originali, contrassegnate dalla immediatezza e dalla spontaneità delle esperienze; ma nella adolescenza il distacco dall’infanzia, dalla improblematicità dell’infanzia, non sempre riesce, e non sempre avviene senza lasciare ferite che non si risanano. Il salto profondo e radicale tra l’infanzia e l’adolescenza è rappresentato dal fatto che in questa rinascono improvvisamente le grandi domande sul senso del vivere e del morire; e nascono i grandi ideali a cui consegnare un senso alla vita: un senso alto e luminoso che ne metta in fuga le ombre. Ma queste domande e questi ideali, si confrontano con le abitudini e la lontananza, la distrazione e l’estraneità del mondo degli adulti, e allora ne scaturisce la ricerca della solitudine, il distacco dal mondo e il ripiegamento nella propria interiorità che si sente ferita, e sempre più fragile. In ogni adolescenza si sfiorano gli abissi dell’angoscia e della disperazione, della dissociazione e dello smarrimento. Le sue sono poesie che ci consentono di cogliere i diversi modi di rivivere, e di esprimere, gli indicibili turbamenti dell’anima che attraversano l’adolescenza e la giovinezza, e che il linguaggio della poesia fa conoscere nella loro palpitante verità psicologica e umana. Sono poesie che ci immergono nella voragine di conflitti interiori adolescenziali,l’età leopardianamente più bella della vita, e che ci avvicinano ogni volta di più agli enigmi straziati del dolore dell’anima che non è se non malinconia, e perduta e inanimata solitudine “.

Solitudine

Ho le braccia dolenti e illanguidite
Per un’insulsa brama di avvinghiare
Qualche cosa di vivo, che io senta
Più piccolo di me. Vorrei rapire
D’un balzo e poi portarmi via, correndo,
un mio fardello, quando si fa sera;
avventarmi nel buio, per difenderlo,
come si lancia il mare sugli scogli;
lottar per lui, finché mi rimanesse
un brivido di vita; poi, cadere
nella più fonda notte, sulla strada,
sotto un umido cielo inargentato
di luna e di betulle; ripiegarmi
su quella vita che mi stringo al petto-
e addormentarla- e anch’io dormire, infine…
No: sono sola. Sola mi rannicchio
Sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo
Che, invece di una fronte indolenzita,
io sto baciando come una demente
la pelle tesa delle mie ginocchia.

Nebbia

Se c’incontrassimo questa sera
Pel viale oppresso di nebbia
Si asciugherebbero le pozzanghere
Intorno al nostro scoglio caldo di terra:
e la mia guancia sopra le tue vesti
sarebbe dolce salvezza della vita.
Ma fronti lisce di fanciulle
A me rimproverano gli anni: un albero
Solo ho compagno nella tenebra piovosa
E lumi lenti carri mi fanno temere,
temere e chiamare la morte.

Novembre

E poi—se accadrà che me ne vada—
Resterà qualche cosa
Di me
Nel mio mondo—
Resterà un’esile scia di silenzio
In mezzo alle voci—
Un tenue fiato di bianco
In cuore all’azzurro—

Ed una sera di novembre
Una bambina gracile
All’angolo d’una strada
Venderà tanti crisantemi
E ci saranno le stelle
Gelide verdi remote—
Qualcuno piangerà
Chissà dove—chissà dove—
Qualcuno cercherà i crisantemi
Per me
Nel mondo
Quando accadrà che senza ritorno
Io me ne debba andare.

La porta che si chiude

Oh, le parole prigioniere
Che battono battono
Furiosamente
Alla porta dell’anima
E la porta dell’anima
Che a palmo a palmo
Spietatamente
Si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
Ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno
–io lo so—
E l’ultimo giorno
Quando un’unica lama di luce
Pioverà dall’estremo spiraglio
Dentro la tenebra.
Allora sarà l’onda mostruosa,
l’urto tremendo
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,
con le labbra serrate
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà
–tu lo sai—
La pace.

Infine, questa poesia, scritta in Assisi, il 24 gennaio 1933:

Sogno sul colle

Sotto gli ulivi vorrei
In un mattino fresco
Salire
E salutare
Di là dalle lievi
Chiome d’argento
Il pallore del sole ed il volo
Delle nuvole lente
Verso il mare.

Vorrei cogliere un mazzo di pervinche
Fiorite
Nei cavi tronchi
E camminare per il viale  oscuro
Dei lecci
Con il mio dono azzurro presso il cuore.

Rasentare così
Le antiche mura
Ricoperte dall’edera
Vorrei
E bussare alla porta del convento.

Vorrei essere un frate silenzioso
Che va con i suoi sandali di corda
Sotto gli archi di un chiostro
E attinge acqua all’antica
Vera del pozzo
E disseta
Le lavande e le rose.

Vorrei
Dinnanzi alla mia cella
Avere
Quattro metri di terra
Ed ogni sera
Al lume delle prime stelle
Scavarmi
Lentamente una fossa
Pensando al tramonto dolcissimo
In cui verranno
Salmodiando
I fratelli
E in mezzo ai cespi delle lavande
Mi coricheranno
Ponendomi sul cuore
Come fiori
Morti
Queste mie stanche mani
Chiuse in croce.

Claudio Volpi
Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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