Oggi, Domenica di Pasqua, parliamo di amore filiale, attraverso le parole e i versi di un poeta del nostro territorio, di Viole di Assisi, Italo Landrini (1963), una voce conosciuta e apprezzata, su cui torneremo ancora in questa rubrica. Le sue riflessioni a caldo dopo la perdita recente del padre e poi di seguito la poesia a lui dedicata ci hanno colpito e impressionato per la bellezza che traspare da questo rapporto figlio padre; per la dolcezza, per l’amore espresso, per il senso di una vita spesa bene e compiuta, che ha trasmesso valori e forza, e che continua in qualche forma a vivere nella fiamma buona che arde nel cuore di Italo.
“Si nasce figli, si vive da padri, si muore da figli, caro Babbo, specialmente in questi ultimi tempi, ti abbiamo accudito come un figlio e quando lunedì sera ti ho aiutato ad andare a letto, mettere il pigiama e poi rimboccato le coperte, mentre uscivo dalla camera mi hai detto le tue ultime parole,- buonanotte, grazie grazie- ecco, in quel momento avrei voluto dirti quello che da piccoli ci avevi insegnato di dire a me e mio fratello Enzo, mentre andavamo a letto, “benedizione” e tu e Mamma rispondevate –sii benedetto-. Sono triste perché un altro pezzo importante della mia vita se ne è andato, ma felice e consapevole perché sei arrivato a 95 anni in discreta salute e guardarti soffrire in questi seppur pochi giorni in ospedale era diventato un dolore immenso e ora mi auguro che ci benedirai da quel posto dove tanto pregavi di andare, quando dicevi che sarebbe arrivata la chiamata. Ciao Bà”.
Io sono mio padre
Avvinghiato teco
come sarmenti
osservo trascorrere
della vita
sul tuo vissuto viso,
sul tuo canuto capo.
Io pusillo che del tuo tempo
sono lo scandire
scruto la nostra
inevitabile fralezza
sulle tue nobili rughe
che parlano di rinunce
sacrifici e sofferenze.
Seguo il tuo sereno sguardo
la disarmante allegrezza
l’ilarità contagiosa
con dovizia sapiente
scrigno del perituro passato.
Inevitabilmente srotolo
matassa dei ricordi
dai meritati rabbuffi
ai tanti consigli
avari di parole
ma ricchi d’esempio.
In te munifico padre
mi vedo in ogni gesto
sei stato speme
e radice della mia linfa
scolta e vestigia
sulla mia strada.
Mentre nella
clessidra della vita
scorrono silenti
granelli d’immagini
e le tue preghiere,
in questo afflato
vorrei dirti
semplicemente grazie.
Ora però,
pur con fervore dolente
le parole non escono
e forse quando lo farò
sarà troppo tardi
ma resterà chiaro
e indelebile
su questo eburneo ricordo
e nel mio cuore.