“…Se il chicco di grano, caduto in terra, non morirà, rimarrà solo, ma se morirà darà molto frutto”(Vangelo di Giovanni,12.24) . Due intense poesie di Pier Paolo Pasolini, la prima fu scritta in dialetto friulano, qui la presentiamo tradotta in italiano, profetica quasi nell’immaginare quello che poi gli sarebbe successo.
Il giorno della mia morte
In una città,
Trieste o Udine,
per un viale di tigli,
quando di primavera
le foglie mutano colore,
io cadrò morto
sotto il sole che arde,
biondo e alto,
e chiuderò le ciglia
lasciando il cielo
al suo splendore.
Sotto un tiglio
tiepido di verde,
cadrò nel nero
della mia morte
che disperde
i tigli e il sole.
I bei giovinetti
correranno
in quella luce
che ho appena perduto,
volando fuori
dalle scuole,
coi ricci sulla fronte.
Io sarò ancora giovane,
con una camicia chiara,
e coi dolci capelli
che piovono
sull’amara polvere.
Sarò ancora caldo,
e un fanciullo correndo
per l’asfalto tiepido
del viale,
mi poserà una mano
sul grembo di cristallo.
Mi alzo con le palpebre infuocate
Mi alzo con le palpebre
infuocate.
La fanciullezza smorta
nella barba
cresciuta nel sonno,
nella carne smagrita,
si fissa con la luce fusa
nei miei occhi riarsi.
Finisco così
nel buio incendio
di una giovinezza
frastornata dall’eternità;
così mi brucio,
è inutile
-pensando-
essere altrimenti,
imporre limiti al disordine:
mi trascina
sempre più frusto
con un viso secco
nella sua infanzia,
verso un quieto
e folle ordine,
il peso del mio giorno
perso in mute ore
di gaiezza,
in muti istanti
di terrore…