Partendo dall’immagine a commento delle poesie di oggi, di Davide Maria Turoldo e Manlio Scimeca, che si allarga fino a farci riflettere sul male nel mondo: “Uno spaventoso volto di Medusa anguicrinita galleggia in un deserto, come fosse un’apparizione malefica. Gli occhi e la bocca appaiono pieni di teschi umani, che a loro volta ospitano in ogni cavità ancora altri crani: e così via. È ‘ la morte infinita’, disse Salvator Dalì, che lo dipinse nel 1940, all’inizio della seconda guerra mondiale, quando lui e la compagna Gala dovettero lasciare prima Parigi, poi la Francia, e infine l’Europa…. È un volto vecchio ed emaciato, quello della guerra: perché perseguita il genere umano dalla notte dei tempi, lacerando la pace che ne sarebbe la condizione originaria. Dalì ci fa, letteralmente, guardare in faccia la realtà, demolendo ogni propaganda su esportazione di democrazia, diritti, libertà. Chi può pensare, di fronte a questo mostro, che dalla guerra possa venire qualcosa di buono? Dire la verità, ecco a cosa servono gli artisti: e quando ci riescono, davvero nessuno può chiudere loro la bocca” (T. Montanari). Le poesie sono prese e condivise da uno spunto di Luca Mastrantonio.
In questo scialo di morte
Una garanzia vi chiedo, amici,
di venire, sì, al mio funerale,
se il dono avrò di morire
alla maniera antica.
Per altra morte non venite,
pur sapendo quanto
mi siete cari,
e di quale stima
io onori l’Amica.
Fosse ancora la vera,
la bella morte naturale;
tornasse l’onesta, la dimessa
silenziosa morte!
La porta appena socchiusa,
unico segnale;
e un prete:
uno basti
per chi crede ancora;
che non avvenga
la frana dei rosari.
E si ritorni alla severa
amata liturgia.
Più che l’odore
dei cadaveri ora
è il fetore dei sentimenti
quale nube alla diossina
nube che stagna sulle cupole.
E le bare galleggiano
rottami di naufraghi
sul mare delle facce
compunte.
Rompete almeno i televisori,
fate tacere gli speakers…
e quei manifesti
che grondano da
tutti i muri
all’esecrando delitto.
Avanti: un altro funerale,
e poi un funerale
contro un altro funerale:
morte contro morte.
Poi le immancabili foto,
a nudo, dell’assassinato,
poi gli editoriali,
un fiume.
E noi tutti,
sacerdoti, becchini,
in questo scialo di morte.
Davide Maria Turoldo
Da che parte
Non so da che parte stare,
se iniziare ad amare o a odiare.
Non so da che parte guardarmi,
se girarmi o nascondermi.
Non so se orientarmi
o perdermi,
se rifugiarmi
o allontanarmi.
Non so cosa dire,
se parlare o tacere.
Non so da che parte vivere,
e allora ho deciso di andare.
Manlio Scimeca