12 Luglio 2020

I segreti dell’anima

Claudio Volpi
I segreti dell’anima

Ritorniamo ancora su Antonia Pozzi, sulla sua vicenda, sempre con le parole ispirate di Eugenio Borgna, (‘La Fragilità che è in noi’) con cui l’abbiamo già presentata la volta scorsa. “Nelle poesie di Antonia Pozzi la nostalgia e il pensiero della morte, della morte volontaria, si colgono nella loro stregata fascinazione; e, vorrei sempre chiedermi, come è stato possibile che uno stato d’animo di questa disperata malinconia, e di questa febbrile determinazione, sia sfuggito agli occhi e alla intuizione della madre e della nonna, del padre, e dei filosofi, e dei poeti , che l’hanno conosciuta? Non ci sono risposte a queste domande: ogni esistenza è ricolma di silenzio e di mistero, di discrezione e di nascondimento, e la loro cifra segreta, lucente e oscura, aperta alla speranza e trafitta dal dolore, e dalla insicurezza, si accompagna alla nostra vita. La dicotomia, e la scissione, tra la vita interiore, le emozioni realmenteprovate, e la vita esteriore, le emozioni tenute nascoste, inducono ogni volta a ripensare ai segreti inesplorabili dell’anima, che vivono in ciascuno di noi; e fanno ripensare alle infinite nietzscheane maschere che sono sui nostri volti, riarsi dal dolore, senza essere mai decifrate: come  è avvenuto in Antonia Pozzi. Certo, la nostalgia della morte era in lei, già nell’adolescenza, nutrita dalla domanda temeraria sul senso del vivere e del morire, e accompagnata dalle penombre luminose della fragilità e della sensibilità: così involontariamente ferite da persone a lei care, e a lei legate da ogni possibile affetto. Così, immersa in una deserta solitudine, che le poesie non bastavano a riempire, Antonia Pozzi non è sfuggita alla malinconia che si è accompagnata alle fiamme divoranti dell’angoscia, in un destino di vita e di morte, di dolore e di immaginazione creatrice, un destino femminile sigillato dai bagliori della fragilità e della ispirazione poetica, e dalla ricerca della morte volontaria, accompagnato dalla distrazione e dalla noncuranza, dall’indifferenza e dalla solitudine che ha incontrato nella sua vita, e che è confluita alla fine  nel suicidio. Da quella che è considerata l’ultima lettera di Antonia Pozzi, con la data del 1 dicembre 1938, riemergono pensieri e immagini di una indifesa accettazione della morte. Nemmeno l’imminenza della morte lascia intravvedere, nelle parole scritte il giorno prima dell’attuazione del suicidio, le ombre di un qualche sfinito risentimento. Le sue parole:” Papà e mamma carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto… Deve essere qualcosa di nascosto nella mia natura, un mal dei nervi che mi toglie ogni forza di resistenza e mi impedisce di vedere equilibrate le cose della vita… Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. Anche i miei bambini, che l’anno scorso bastavano, ora non bastano più. I loro occhi che mi guardano mi fanno piangere… Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite… Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia”.

Largo

O lasciate lasciate che io sia
Una cosa di nessuno
Per queste vecchie strade
In cui la sera affonda
O lasciate lasciate ch’io mi perda
Ombra nell’ombra-
Gli occhi
Due coppe alzate
Verso l’ultima luce—
E non chiedetemi-non chiedetemi
Quello che voglio
E quello che sono
Se per me nella folla è un vuoto
E nel vuoto l’arcana folla
Dei miei fantasmi—
E non cercate—non cercate
Quello ch’io cerco
Se l’estremo pallore del cielo
M’illumina la porta di una chiesa
E mi sospinge a entrare—
Non domandatemi se prego
E chi prego
E perché prego—
Io entro soltanto
Per avere un po’ di tregua
E una panca e il silenzio
In cui parlino le cose sorelle—
Poi ch’io sono una cosa—
Una cosa di nessuno
Che va per le vecchie vie del suo mondo—
Gli occhi
Due coppe alzate
Verso l’ultima luce—


Sorelle a  voi non dispiace
Sorelle, a voi non dispiace
Ch’io segua anche stasera
La vostra via?
Così dolce è passare
Senza parole
Per le buie strade del mondo—
Per le bianche strade dei vostri pensieri—
Così dolce è sentirsi
Una piccola ombra
In riva alla luce—
Così dolce serrarsi
Contro il cuore in silenzio
Come la vita più fonda
Solo ascoltando le vostre anime andare—
Solo rubando
Con gli occhi fissi
L’anima delle cose—
Sorelle, se a voi non dispiace—
Ne seguirò ogni sera
La vostra via
Pensando ad un cielo notturno
Per cui due bianche stelle conducano
Una sorellina cieca
Verso il grembo del mare.

La porta che si chiude

Tu lo vedi, sorella, io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro d’un cancello angusto
al limitare d’un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all’irruente fuga
d’una folla richiusa.
Oh, le parole prigioniere
Che battono battono
Furiosamente
Alla porta dell’anima
E la porta dell’anima
Che a palmo a palmo
Spietatamente si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
Ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno—
Io lo so—
L’ultimo giorno
Quando un’unica lama di luce
Pioverà dall’estremo spiraglio
Dentro la tenebra,
allora sarà onda mostruosa,
l’urto tremendo,
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo sogno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la notte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gli occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra
sarà
–tu lo sai—
La pace.

Prati

Forse non è nemmeno vero
Quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi luce
è un abbaglio,
l’abbaglio estremo
dei tuoi occhi malati—
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.
Forse la vita è davvero
Quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.
Ma noi siamo come l’erba dei prati
Che sente sopra sé passare il vento
E tutta canta nel vento
E sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

Nella ultima poesia, non datata, le parole sgorgano da un’anima ferita, e perduta ad ogni speranza.

Abbandonati in braccio al buio
Monti
M’insegnate l’attesa:
all’alba—chiese
diverranno i miei boschi.
Arderò —cero sui fiori d’autunno
Tramortita nel sole.

Claudio Volpi
Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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