18 Aprile 2021

Francesco, Canto di una creatura

Claudio Volpi
Francesco, Canto di una creatura

Vi cominciamo a proporre oggi le poesie di Alda Merini (1931-2009) dedicate a San Francesco, raccolte nel libro ‘Francesco, Canto di una creatura’, che fu pubblicato nel 2007, forse le più belle poesie dedicate al nostro Santo scritte da un poeta dei nostri tempi, viscerali e dense d’amore. Le ascoltammo con emozione musicate da Lucio Dalla e lette nella Basilica di San Francesco nel 2008. “Chi era Francesco D’Assisi? Vagabondo, folle d’amore, elemosiniere di Dio. È una figura affascinante e provocatoria. Attorno a lui si sono appassionati, e talora divisi, laici e religiosi, credenti e scettici di ogni tempo, ma soprattutto coloro che non smettono di interrogarsi sul senso e sul destino della fede. Ostinato, irruento, libero come nessuno, Francesco compie il gesto più difficile per un uomo: con la sua scandalosa svestizione perde un padre ma trova una sposa delicata e dolcissima, la Povertà. Ed è proprio come apostolo di sogni, contadino di fede, insieme terribile e tenero, che Francesco ci viene incontro in queste poesie. Nelle poesie di Alda Merini, negli echi di questi versi in forma di monologo, o preghiera, che possiedono la sapienza di un canto d’amore mistico e la forza di una lauda, il santo ritrova tutta la sua sostanza vitale, la sua gioia, follia e pietà. E diventa un’icona di amore e redenzione incomprensibile alla ragione.  È un canto di amore mistico che la poetessa ha voluto intonare per una creatura così dolce e così alta” (dalla Introduzione). E così lei stessa lo presenta prima dei suoi versi: “Si dice che i santi siano dei folli, ma il rifiuto della ragione in nome della fede può essere molto rischioso. Nella ragione c’è il dubbio e il tormento debbio, ma nella fede c’è l’abbandono totale all’inconoscibile e al nostro io migliore. San Francesco salta a piè pari tutte le asperità che l’uomo incontra nel suo cammino e ne fa delle dolcezze. Ogni cosa impura lo purifica con la sua lingua e il suo appetito di Dio. Francesco è un affamato di Dio, ha fame della beatitudine. Questa beatitudine noi la conosciamo bene, ma ne abbiamo paura, perché dovremmo rifiutare tutte le ricchezze del nostro tristissimo momento. La nostra anima è sempre triste, fino alla morte, perché l’uomo ha paura, ha paura di credere. La vita di Francesco è un tripudio di fiori, di uccelli, di incantesimi: è come un bambino che scopre la vita per la prima volta. Scoprire la vita è come tornare fanciulli, è come tornare buoni, è come incarnarsi nella virtù del Signore. Ed ecco l’incarnazione di Francesco nel volto divino. Francesco diviene una lacrima rovente sul volto di Dio che patisce e sarà il refrigerio della sua morte. Vuole consolare il suo Signore: egli stesso diventa povero per essere signore della grande poesia che è l’universo”. È’ Francesco che parla e racconta:

1
Chi ha detto, amico e fratello,
che devi morire fra mille tormenti?
Sai che il tormento è una voce?
Sai che il dolore canta?
Io mi sono chinato sopra di te,
ho lavato le tue piaghe
e ho scoperto la musica,
la musica del dolore.
E te l’ho anche detto,
e tu mi hai guardato
come si guarda un pazzo.
Non hai creduto che tu,
nascosto nell’immondizia,
potessi darmi fremiti d’amore.

2
Io non potrei dire a nessuno
come mai mi hanno rivestito di bianco:
Ho dovuto donare le mie vesti
con mani tremanti.
Ero nudo e colpevole,
ma non è questo il miracolo:
è che improvvisamente un angelo
mi ha rivestito di sacco
e questa tunica era luminosa.
Nessuno ha visto che, pur piena di rattoppi,
era una veste angelica.

3
Così, come Paolo di Tarso.
Sono stato disarcionato,
sono stato buttato per terra,
e miracolosamente mi sono rialzato nudo.
Allora ogni elemento terreno
Ha assunto uno splendore senza pari.
Ho visto il significato dell’acqua,
il perché senza colpa
del filo d’erba
che brucia sotto il sole.
Ho capito il piacere di un piede nudo
che divora la terra piena di asperità
e che queste spine le sente
come le spine di Dio.
Giorno per giorno
ho vissuto il calvario,
e la mia pazzia ha entusiasmato molti.

4
Io Francesco,
sono diventato il giullare di dio,
ma il mio remoto cavallo,
quello che mi è morto a lato,
l’ho sempre sognato:
era una bestia piena di paura,
era il mio corpo.
L’ho lasciato morire
all’ angolo delle strade,
e solo allora ho sentito
l’ignobile puzzo dei miei vizi,
della mia violenza.
Sono diventato il vertice della carità
perché Dio un giorno
immeritatamente
si è chinato su di me
e mi ha baciato le mani.

5
Consolare me
che ero reprobo
è stato così disarmante
che ho subito seguito
la sua volontà.
Dio mi ha consolato
dei miei peccati
e allora tutto,
perfezione su perfezione,
insetto e grosso mammifero,
qualsiasi cosa se pur piccola,
è entrata nell’alba della mia fede.
Sono diventato piccolo come una formica
e grande come la voce di Dio.
Ho dormito sulla terra
vicino ai rettili
e la morte non mi ha più toccato.

6
Ma Dio mi ha messo in mano
una cetra
e ho cominciato a cantare
le meraviglie dell’universo
e soprattutto le meraviglie di Dio.
Oh, è molto più del sole,
lo sguardo di Dio
raggiunge anche l’inferno.
Io sono passato dall’inferno
al paradiso del suo sguardo,
e anche se ero nudo
sentivo in me un immenso calore.
Dio mi ha salvato
dall’acqua del tradimento,
Dio mi ha reso
apostolo di sogni.  

7
Ma è giusto, Signore,
dimenticare
chi a modo suo ci ha amati
ricoprendoci di denaro
e di vesti sontuose?
È la miseria di un genitore
che non capisce
che un figlio appartiene a Dio.
Ma un uomo come mio padre,
che aveva paura della morte,
come poteva capire?

8
Il denaro è una scusa
per difendersi dalla morte,
è una maschera sotto cui l’uomo si nasconde
per non far vedere che è un angelo,
un angelo triste e tribolato.
Io volevo essere nudo,
volevo essere solo anima.
Allo stesso modo non avrei conquistato Chiara
come una terra mia,
perché era una terra vergine
era un deserto di semplicità.

9
E così vorrei diventare anch’io
un deserto di semplicità
dove crescano sterpi e bisce e cose incolte
che io amerò come fratelli
perché consumeranno la mia carne.
Oh, siano benedetti
coloro che consumano
le mie vesti così tribolate.
Questa carne
dove vive e dimora il demonio
con i suoi desideri
io la voglio vedere crocifissa
come fece Gesù.
Avere un solo volto,
indimenticabile,
indistruttibile,
quello della fede
per amore del Creatore.

10
Chi ha detto a ser Bernardone
che mi ha creato?
Io sono la fattura di Dio:
non sono figlio né di lui né di altri.
Da lui ho ricevuto un congedo:
Dio non mi congederà mai dalla gloria  

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

Seguici

www.assisimia.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]