Due poesie di Federico Italiano (1976), finalista al Premio Strega Poesia. Nella prima poesia c’è una natura che non è più incantevole, del resto non lo è mai stata per il poeta moderno, ma si fa tutt’uno con lo sgomento interiore dell’umano. Nella seconda c’è un altrove da dove vengono spavento e tremore, e dove si trova la figura di un familiare scomparso, forse la nonna, che annuncia al poeta l’avvento di una figura demoniaca, pronta all’agguato da un regno dove le ombre degli andati si polverizzano sempre di più. Una lingua che usa termini da atlante scientifico, intervallati da fiammate liriche (D. Piccini).
Coro mattutino
C’è un momento
tra il mattino e la notte
in cui non senti
macchine passare,
né una voce, né tacchi,
non un’eco, non si ode
nulla d’umano e lo spazio
tra le case e gli alberi
appartiene soltanto a loro,
merli cornacchie,
capinere, cinciallegre,
parrocchetti e gabbiani,
i loro appelli
le loro lamentele,
un greve coro mattutino
di becchi dodecafonici,
stridulo, irato, spaventoso,
finchè non senti
una moto, no, un taxi
scivolare timidamente
accanto al marciapiede,
poi pneumatici
squittire contro il cordolo
e per un attimo
ti credi in salvo.
Mister X
Diciassette anni dopo la sua morte
mi disse: i tuoi occhi
vorrebbero ascoltare
e le tue mani
afferrare la notte,
ma il freddo è la cosa
che comprendi meglio.
A Gerusalemme mi hai pensato,
bravo, so che ti sei sposato,
ti sei moltiplicato,
ottimo, ma non basterà
a salvarti.
L’ uomo col cilindro nero,
lo smoking e il monocolo,
che appariva torvo
sulla soglia della mia camera,
quando dormivi nel lettone,
reclamando la tua anima,
ora è qui,
confinato nel mio mondo d’ombre,
lo vedo, come ti osserva,
irrequieto ti studia.
Cerco di tenerlo,
per quanto possa,
ma prima o poi
non avrò più
le forze necessarie
-qui sotto ci affievoliamo
a ogni irrevocato ricordo-
verrà a prenderti.