18 Luglio 2021

Custodisco la casa dove vivo, dico piano il tuo nome Francesco Scarabicchi (1951-2021)

Claudio Volpi
Custodisco la casa dove vivo, dico piano il tuo nome Francesco Scarabicchi (1951-2021)

Uno dei poeti più limpidi della contemporaneità italiana, erede dell’immenso idillio leopardiano innestato con gli elementi della nostra vita attuale. Grande capacità di osservare, soprattutto il suo territorio marchigiano, fatto di declivi mistici dell’entroterra abbracciati alla terrazza luccicante e azzurra del mare ad est. Attenzione alle piccole cose, perché solo per quelle valeva la pena esser al mondo. Attenzione alla terra, ai suoi fiori, alberi, prati. Curarsi di ciò che sopravvive, celebrare senza retorica ciò che è destinato a non sopravvivere: quella del poeta è una malinconia serena anche quando viene affrontato il tema della morte, sempre con voce leggera. Morte che lo ha ghermito pochi mesi fa, e che ha fatto dire al suo amico Massimo Recalcati: “Quando muore un poeta muore sempre un pezzo di noi. Quello che solo i poeti sanno far vivere. Addio Francesco, mio amato amico”.

Porto in salvo dal freddo le parole,
curo l’ombra dell’erba, la coltivo
alla luce notturna delle aiuole,
custodisco la casa dove vivo,
dico piano il tuo nome, lo conservo
per l’inverno che viene, come un lume.

Via dell’alba

Con i lumi di strada
vanno i sogni
-sulla tranquilla
via dell’alba-
pallidi.

Nei mattini di maggio

Nei mattini di maggio
dove crescono,
liberi dall’offesa,
la gioventù e i gerani?

Col tempo

Piano m’abituo a perdere, paziente,
nel silenzio notturno della casa,
le tranquille penombre giovanili.

Dove

Davvero non so dirti
dov’è che il niente disfa
la trama di ogni giorno,
dove, non visto, scioglie
i nodi, ad uno ad uno.

Secondo preludio

Oh giorno vano
dall’inclemente chiuso
tempo che non trattiene
nulla di ciò che è vivo.

C’erano e più non sanno
che cammino
custode involontario
che ormai vede

di un’altra età
compiuto il suo destino
e di quei luoghi
giovani per sempre

negli occhi accesi
di un eterno bambino
che divide quel sogno
dal presente.

Soglia

“Così dunque si muore,
tra bisbigli
che non si sa afferrare”

“E dopo?
Dopo, semplicemente,
la vana solitudine del sogno”.

Non somigliarmi

Non somigliarmi,
non avere, con me, niente in comune,
lascia che sia, ogni volta,
l’imprecisa dolcezza di un saluto
a condurre i tuoi passi
a quel tremore trepido che guarda
il niente per cui è dato consegnarsi.

Sui Gradini del mondo
(Un ‘epigrafe)

Guarda la notte
che non si dirada
sui gradini del mondo,
tu che siedi

dove più forte è il vento
di ogni strada:
questo il presente
della storia, il lutto

reso ai dove del niente,
la contrada
di passi che si perdono,
il delitto

nel silenzio dei nomi
quando avara
è la virtù del sogno
che condanna

gli uomini al loro nulla,
a una memoria
di volti senza voce,
a un’ombra bianca;

altro non chiedi,
nella luce che tocca
la morte che non vedi
e che ti affianca,

se la pietà, nel freddo
non ti parla,
se vivere è soltanto
quel che devi

Partita

6
Credere ancora agli anni,
conservali
nel mattino che inonda
i tuoi capelli
in cui arde l’età
che non ritorna.

7
Questa luce che tocca
ottobre e il mondo
calma scomparirà
da sé in silenzio
nella sera del tempo
e questa nebbia
bianca sulla città
lascerà intatto
tutto il vuoto dell’epoca,
il ritratto
di ogni cosa che, ferma,
a voce spenta,
niente saprà di noi
come l’odore
della notte di vento
e pioggia dura
che sui nomi e le case
cade invano

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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