01 Maggio 2022

Ah, il tempo che passa alle mie spalle.

Claudio Volpi
Ah, il tempo che passa alle mie spalle.
Ovaldo Licini, Amalassunta, lo sguardo benevolo della luna

Torniamo ancora con qualche poesia su Francesco Scarabicchi, poeta che ha impressionato e colpito molto. “Da una parte vi troviamo la spinta ad onorare e cantare certi precisi istanti e occasioni dell’esistenza, dall’altra la percezione acutissima del tempo come fuga e cancellazione delle cose amate, come negazione del senso stesso della vita. La vanità del tutto la chiamava Leopardi, e Leopardi per i poeti marchigiani vale quasi sempre il doppio. E in queste poesie prese dalla raccolta ‘La figlia che non piange’,  scritte sulla riva estrema della vita e quasi costantemente rivolta all’indietro, nello stesso momento in cui il poeta chiama a raccolta i fotogrammi capaci di testimoniare il senso ultimo della sua esistenza, come poche altre volte sente poi attorno  a sé il vento fresco delle cose, il brivido sacro del semplice esserci, il diritto alla vita, quella degli altri, che comunque continuerà dopo di lui, per dare e togliere e ancora dare come sempre è accaduto e accadrà. Sono versi struggenti, perché il sentimento del tempo, il trascinamento delle cose verso il buio, la percezione stessa dell’inanità della parola poetica, sono testimoniati con la malinconia ferma e consapevole, e in ogni caso con la vividezza di chi dalla ferita, quella ferita che è la vita stessa, non si è lasciato mangiare il cuore”. (Roberto Galaverni)


Ti guarderò da questa vita attesa

Ti guarderò da questa vita attesa,
a una fermata d’autobus, da un destino
che mi tiene lontano e sai che sono
più vicino che mai alla tua resa,
occhi che non si sporgono e non danno
luce che a chi la chiede,
sguardi che vanno dove tutto è niente,
a una finestra d’angolo, ad un cielo
di musiche e di voci tutto intorno.


La candela         (per i diciotto anni di Giacomo)

T’accompagni la luce di candela,
la tremante che guida, la più forte
perché sa quanta debolezza
ci vuole a illuminare il tuo sentiero,
quanta fragilità a vincere il vento,
quanta virtù tenace per resistere
al gelo dell’inverno, al sole alto
fino al bagliore vivo che fa chiaro
il passaggio che aspetta,
In quella fiamma fievole
è, intero, il tuo coraggio:
più vacilla nell’aria e più è viva.


Cos’era?

Cos’era, Gabriele, quella luce
che Ferruccio portava nei suoi occhi,
il segno involontario che decide
se sia quello il confine o un’altra terra?
Ancora lo ricordo come adesso,
un dopocena al gelo di febbraio,
parole che s’accendono improvvise,
alcune ferme, come stelle fisse,
ma la luce, la luce che gli ardeva
oltre Viale dei Mille, oltre lo sguardo
come in un’aria persa, come il niente
cos’era, mi domando dopo tanto, e con chi
l’ha seguita a scomparire?


La porta

Gli anni dei giorni, Valeriano, vanno,
della gentile vita, ad ardere nel fuoco,
nell’eterna fucina che non spegne
fiamma di brace e sogno.
Così le forme che abitano il tempo,
luce del buio più infinito e chiuso,
se appena lascia uno spiraglio al vento
che quel chiarore invita
a illuminare l’aria d’ogni nome.

Gli anni dei giorni, Valeriano, vanno,
ma un po’ si attarda la domanda persa,
quel chiedere ostinato in riva al senso,
l’interrogare che non ha mai fine,
il bussare alla porta che non s’apre,
l’insistere tenace, arreso niente
che guida i passi verso abisso e sponda.

Per cosa questa fede che non smette,
il bagliore che guida nella notte,
il lume tremolante di fiammella?
Per chi, se attorno è vuoto e bianco,
ovale di cornice senza volto?
Per l’unico destino che ci tiene
legati ad una sola dedizione.

Ah

Ah, il tempo che passa alle mie spalle,
sulle mie scarpe nuove, sulla pelle,
il giovane tempo che non ho incontrato,
il tempo abbandonato a mia insaputa,
quello smarrito lungo vie contrarie,
il tempo solitario d’ogni notte,
il tempo che mi viaggia e non ritorna,
tutto il tempo del tempo che c’è stato,
il tempo immaginato che perdòno,
quello di un’altra estate che scompare,
il tempo innamorato che è lontano,
il tempo che si volta e non si ferma,
il tempo muto che si fa guardare,
il tempo intero che non puoi pensare,
quello che prende solo per lasciare.


Canzonetta di maggio

Come scompaiono veloci gli anni,
come portano doni ad ogni giorno,
la luce incandescente di un minuto

in cui qualcuno accende una candela,
un altro versa nel bicchiere il vino,
un altro ancora ti sussurra piano

che il compleanno è una stazione antica
dove accade il miracolo più muto:
la vita che ti ospita ti è amica

nella quiete precaria che è del mondo,
eterni come è eterna l’innocenza
che d’ogni età riesce a fare senza.


Epilogo

“Vigila, se tu puoi, sulla mia assenza.
Ovunque, dopo tanto, porto il passo
dello straniero senza patria e tetto.
Da questo luogo che non ha ritorno
ora so che azzurro è la distanza
che separa ogni vivere dal niente.
Salva quest’ora vaga del presente,
lo sguardo del pensare, il suo respiro,
il battito d’abisso e paradiso”.

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

Seguici

www.assisimia.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]