30 Giugno 2025

§02 – Nicola e il behind-the-back-pass

Ezio Genovesi
§02 – Nicola e il behind-the-back-pass

Da anni non lo vedevo. Stava conversando con un conoscente accanto alla fontana di Piazza. Abito blu, camicia bianca e cravatta, era in sella ad un Ciao o Cimatti che fosse. Lo salutai e mi rispose ammiccando: «Garçon! Andiamo a fare due tiri?». La naturalezza con cui metteva d’accordo l’abito con il motorino la ritrovai in una foto del giovane Nicola a passeggio per le vie del Cairo. La stessa semplice, disinvolta eleganza del portamento che mostrava nel campo di gioco.

Di Nicola tengo vivi molti episodi. Uno di questi è il suo passaggio dietro la schiena. Si narra che Bob Cousy (1928), leggenda dei Boston Celtics, fosse quello che lo inventò o almeno fu quello che lo eseguì di fronte al grande pubblico della National Basket Association: un passaggio detto propriamente behind-the-back pass. Chi ne prese l’eredità, trasformando il bello in sublime, furono Pete Maravich e Julius Erving. I quali sapevano aggiungere un altro movimento, a seconda delle circostanze: fintare il passaggio dietro la schiena, ma rapidamente, tenendo il pallone con una mano, ritrarre il braccio e passare nella direzione opposta, cioè quella della prima intenzione, con l’avversario completamente tagliato fuori.

Non sono però convinto che questi fatti siano credibili; o invece abbiano subito il travisamento degli anni e dei luoghi in cui occorsero. E tanto più oggi, quando fonti di informazione non rintracciabili o di dubbia provenienza riscrivono giornalmente chi siamo e cosa facciamo e perfino cosa vogliamo. Per quanto posso dire per testimonianza diretta, fu Nicola a inventare il passaggio dietro la schiena e subito dopo Giancarlo Cavalli a perfezionarlo.

La sua storia inizia alla palestra di via Pascoli a Perugia, cassone di cemento dove ogni rimbalzo del pallone o ogni fischio arbitrale rimbombava da stordire, se uno non fosse stato del tutto preso dalla foga della partita. Il Convitto giocava contro il CUS Perugia, storico avversario. Giorgio Ciatti prende un rimbalzo e lancia Nicola che, già pronto, allunga in palleggio verso il canestro, intanto che Giancarlo lo segue a tutta velocità nella corsia parallela in soprannumero. Nicola entra in area in terzo tempo e appena il  difensore perugino tenta di chiudergli lo specchio del tiro, passa il pallone da dietro la schiena a Giancarlo. Canestro, due punti. Spettatori ammutoliti. Non hanno mai visto una cosa simile. Non solo il gesto tecnico, ma la fluidità con cui era stato effettuato. Mi pare di ricordare il momento in cui, passando lungo la panchina dove sedevamo noi giovani stanziali, strizzando l’occhio Nicola sussurrò: «… il ragassuolo …», volendo dire: l’ho beffato il pivello. 

Nella letteratura e anche nelle arti l’inganno, la simulazione, la menzogna o la corruzione sono parte della finzione narrativa che tiene soggiogato chi legge o chi guarda. Tanto più apprezzati quanto più sottili e ben orchestrati lungo lo svolgersi della trama. Così è anche la “finta”, la mossa diversiva che inganna l’avversario ed esalta il gioco con un’invenzione inaspettata. Ma non nella sfera morale. Ho già raccontato il seguente episodio, ma mi sento di ripeterlo ancora una volta perché è stata una vera lezione. Nella stagione 1965/66, tra il primo e il secondo tempo di una partita del campionato di serie B, giocata nel campo all’aperto del Convitto, i dirigenti della squadra avversaria –una squadra di gran titolo– in pericolo di retrocedere in caso di sconfitta, avvicinarono Nicola in quanto allenatore-giocatore. Gli proposero di accomodare il risultato a loro favore. Bastava fare finta di mettercela tutta. Nicola conferì subito con Giorgio, il quale ovviamente era d’accordo nel rigettare qualsiasi offerta. Il Convitto vinse giocando con la stessa animosità di sempre e con un incontenibile Giancarlo. Non ci fu altro da dire o da commentare. O forse sì. Quando, per non ricordo quale ragione, restituimmo a Nicola i soldi di una cena in ritardo di parecchio tempo, lui sorridendo disse: «Buoni conti, buoni amici», correndo d’un fiato sulle parole, come suo solito.

C’era un non so che di semplice e rassicurante nel suo modo di fare. Un portamento distinto ma non distante, anzi pronto al sorriso e allo scherzo quando ti incontrava. La familiarità, la modestia, i modi educati erano a misura dell’abito fresco e stirato e del motorino di seconda mano per andare al lavoro all’Hotel Windsor-Savoia e sbrigare le faccende della giornata. Appunto: semplice, come fare un passaggio smarcante da dietro la schiena.

Ezio Genovesi

Direttore della Rhode Island School of Design ( 1990 - 2022 ), European Honors Program e Autore del Libro “1926”

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