Tre poesie di Beatrice Zerbini.
1
Lo sai anche tu
che mi amano di più
i morti dei vivi,
come sono chiari,
lucidi, espressivi,
così poco contorti,
così cari;
senza dubbio alcuno
li sento accudirmi,
uno per uno;
così ora più di allora,
come vivi nella tua morte,
come mi ami bene
come mi chiami,
come sorridi forte
senza più il sangue
dentro alle vene.
Che sia quello
a farci scorrere impauriti,
a smarrire i sentimenti
e piano piano ad ammalarci?
Potessi riconoscere l’odore
della tu casa,
potessi rivedere,
con gli occhi di adesso
soltanto l’ingresso:
non rimanesse
alle spalle l’uscita
per tutta la vita.
Potessi farla rinascere
con i suoi divani,
con la sera là fuori,
a farci dire
‘domani’.
È morta anche lei, lo sai;
morto il vialetto
prima di entrare,
il pianerottolo,
il lucido chiarore
del vuoto condominiale,
è morta
la tromba delle scale.
Con te muore la strada,
si accartoccia in un pianto
prima della svolta,
un’altra volta
tanto
vivo solo io
e un bisogno,
un bisogno lontano
che esista Dio.
2
Dolore,
già che sei entrato
in questa casa,
siedi pure:
è un tripudio qui dentro,
di siede vuote.
Ti chiedo
di toccare il meno
che puoi; se vuoi
di andare
leggero sulle tracce,
gli indizi, i vizi,
i ninnoli, i regali,
e tutti gli avanzi bestiali
dei ricordi,
il secco nero dei fiori,
tutti segni dei mali
delle gioie sepolte,
degli affetti
troppo mortali.
Come vedi, ovunque,
c’è traccia di te
e l’ambiente ti ricorderà
che da qui
sei già passato
altre volte.
Come vedi il passato
non è passato del tutto
e il presente tarda
a togliere la polvere
delle mensole;
il colore così sbiadisce
con il sole delle mattine
sulle copertine.
Dolore, che sei entrato
a spallate dalla mia porta
a portare via
la quiete ingrata,
l’inerte serenità,
dolore senza pietà
per nessuno,
guarda pure che qui
non c’è niente da rubare.
Mi cogli sola,
impreparata come sempre,
nata
e basta;
con una notte insonne,
con un pianto segreto
e i piatti ancora da lavare.
Sono in disordine
i ripiani,
la fiacca fa pensare
che io sapessi
del tuo arrivo
che ti giuro
inaspettato.
È vivo
Il mio cuore.
3
E’ il corpo che sa
che non ci sei
il resto è uguale
può dirmi la mente
che cosa avresti detto,
lo sento
con la stessa intonazione,
perfetta la finzione
di che cosa avresti fatto
nessun grado di
separazione,
ignorano le idee
la verità,
ma le carezze
sanno tutto.