Con il passare degli anni scemava l’interesse per il gioco dei bottoni, mentre aumentava la passione per il pallone. Quando non eravamo impegnati in interminabili partite di calcio, ci divertivamo al gioco della “salta cavallina” e dello “scaricabotto”.
All’oratorio, dopo il catechismo o la Messa si andava in cortile e si praticavano giochi non chiacchierati, consoni all’ambiente monastico: a “nascondarella”, a “bandiera”, al “topo e gatto”, al “cavallo e guidatore”, gare di corsa, di salto in alto e lungo.
Il gioco della “salta cavallina” si organizzava quando ci trovavamo nel piazzale isolato ai piedi del ponte. Si dava inizio con la conta per stabilire a chi toccava mettersi sotto. Il malcapitato doveva assumere una ben precisa posizione: piegarsi in avanti con il tronco, tenere salde le mani sulle ginocchia, in modo da formare l’ostacolo che ad uno ad uno, dopo una breve rincorsa, doveva scavalcare.
Si spiccava il salto poggiando le mani sul dorso, allargando bene le gambe.
Il primo a saltare incominciava una frase di una breve “filastrocca”. Finché non cadeva in errore come: non poggiare bene il pegno; farlo cadere; non superare la cavallina; colpire la testa di chi stava sotto; non riuscire a dare la scopola o il calcetto, il saltatore seguitava fino alla fine della “filastrocca”, pronunciando ad alta voce una frase ogni vota che veniva eseguito il salto:
«Questo è il gioco della cavallina –
Con la fresca insalatina –
Fresca buona e tenerina –
Me la vendo un baiocchetto –
Ce lo ficco e ce lo metto –
Ce lo ficco tutto tutto –
La signora che ci ha gusto –
La signora pommidora –
Allarga le cosce e piscia di fora –
Passo e do la scoppoletta –
Passo e do il calcetto –
Passo e lascio il pegno –
Passo e lo riprendo.»
Il turno finiva qui se non c’era stato errore, altrimenti era condannato a mettersi sotto. Era difficile che io cadessi in errore: saltavo come un grillo, ero un saltapicchio, agile e svelto. Andavo sotto se ero condannato dal conto.