06 Novembre 2023

Riccardo La Foresta

Dionisio Capuano
Riccardo La Foresta

La qualità essenziale della musica è il suo potere di creare un altro universo di tempo virtuale. La principale funzione della musica è di coinvolgere le persone in un’esperienza comunitaria nell’ambito della loro vita culturale. [John Blacking – Com’è musicale l’uomo? 1973]

In fondo da sempre, la funzione-essenza delle percussioni ed il senso del ritmo sono ben altro che beat e scansione del tempo. Possono essere, già fin dall’inizio della creazione (sonora), vibrazione immanente e quindi esperienza di un qui e ora esteso, tappeto particellare di frequenze quasi tangibili, i cui confini – peraltro – sono ben oltre lo spazio in cui ci troviamo e con cui interagiamo.

Il drummophone funziona ad aria, generata da piccoli motori o anche dai polmoni dell’esecutore. Insufflata attraverso dei tubi di gomma va a colpire la superficie delle pelli che così producono modulazioni armoniche, sensibili al contatto e al posizionamento – spostamento di oggetti. Basta avvicinare una mano per determinare variazioni timbriche, producendo a volte l’impressione di fugaci rifoli melodici.

Riccardo La Foresta evolve dal jazz, quello di per sé già aperto alla ricombinazione dei linguaggi ma che pure mantiene ancora un assetto, per così dire, “naturalistico”. Ad esempio, nei Kind of Mosh si riconosce ancora il gruppo, la formula musicale occidentale, se non la gerarchia quanto meno la suddivisione dei ruoli. Il suo è quello di eccellente percussionista e compositore. E quanto accade in quel periodo che va dal 2015 ai giorni nostri attesta rigore, multidisciplinarietà, potenza espressiva: che siano Sulla Lingua, trio con Anthony Pateras e Stefano Pilia, il duo con Riccardo Marogna,  la collaborazione con John Butcher, le turbolenze del Sho Shin Trio.

Una ricerca musicale con solide basi accademiche; dove il Conservatorio è stato il luogo per affinare la consapevolezza, non per limitarsi l’orizzonte. E dunque si va oltre. Allora, un kit di batteria “preparata” si trasforma in icastico sistema di pensiero-azione, attivatore di visioni ed esperienze elementali. I set allestiti da La Foresta sono semplici nella logistica ma (in)credibilmente complessi per quanto concerne etica, estetica, fisiologia, ecologia. Riportano ad una dimensione primordiale del suono, alla purezza e potenza dell’aria. Se al posto dei motori è lo stesso musicista a soffiare, scintilla subito il pensiero del flatus creativo, capace di mandare in risonanza l’ambiente circostante e interagire generativamente con chi vi è immerso.

Il sistema messo a punto dall’artista modenese sembra avere consapevolezza di sé. Quando viene proposto come installazione “site specific” si può sperimentare, a fronte dell’apparente staticità del flusso sonoro e dell’aspetto quasi totemico, la sua capacità di essere fulcro di relazioni. Si attiva la consapevolezza di quanto sia radicale il nostro impatto sul mondo in cui viviamo e viceversa. Spostandoci nello spazio circostante potremo ascoltarne varie e imprevedibili inflessioni. Assumeranno la forma astratta di musiche rituali o dissonanze.

Sabato scorso, allo Spazio Zut!, l’espressività del drummophone si è manifestata in tutta la sua consistenza sensoriale e sociale, evocandoci pure – come fossero sovratoni psichici – memorie di altri suoni: i live electronics di David Tudor, le litanie buddhiste, l’early minimalism di Tony Conrad, modulazioni da Dream House. Ma si è trattato, per l’appunto, di riflessi, mentre la sostanza sonora si è imposta per la sua identità forte, ineffabile e – per certi versi – inafferrabile. Lo stesso La Foresta dopo la performance ci ha parlato dei margini di aleatorietà nei timbri, nell’altezza delle frequenze, su quanto i micro-movimenti e le condizioni contingenti incidono sul risultato.

Un altro aspetto, forse il più importante, riguarda come il musicista si è posto nei confronti dello strumento. Un’attitudine di ascolto attento, di attesa e di rispetto di fronte all’evolvere degli eventi. La cura per una bellezza che ci viene donata da un insieme di energie di cui siamo partecipi ma non padroni.

La musica è infatti la scienza dell’esatta modulazione: se viviamo secondo virtù, siamo costantemente sotto tale disciplina: quando invece operiamo il male, siamo fuori della musica [Cassidoro]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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