Torniamo su un poeta che ci piace molto, Vincenzo Cardarelli (1887-1959). Propose il ritorno all’esempio leopardiano, e aspirò ad una forma poetica che bruciasse ogni compiacimento ed ogni urgenza autobiografica e portasse la vicenda personale e il dato del paesaggio ai toni di una assorta meditazione. Così la vicenda delle stagioni, il fascino della bellezza adolescente sono da lui innalzati a paradigmi del destino dell’uomo. Ecco dunque il tono meditativo e riflessivo di molta sua poesia, sempre sostenuto da una grande compostezza formale. Vediamo per esempio nella poesia ‘Ottobre’ come il poeta pone attenzione alla stagione, al suo variare di colori e luci ed alla sua dimensione allusiva; la stagione autunnale viene sentita nella sua malinconica dolcezza e come emblema della vita che si avvia al tramonto, nella corrispondenza tra colore della stagione e stato d’animo. Anche nelle liriche d’amore, spesso assume la fermezza disincantata della constatazione delle leggi inesorabili del vivere: il passare dei sentimenti e degli eventi, la fuga del tempo. Un uomo inquieto, in perenne dialogo con la memoria, con una dolente coscienza del vivere.
Ottobre
Un tempo, era d’estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
dal colore che inebria,
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest’aria che odora di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulle vigne saccheggiate.
Sole d’autunno inatteso,
che splendi come in un di là, con tenera perdizione
e vagabonda felicità,
tu ci trovi fiaccati,
volti al peggio e la morte nell’anima.
Ecco perché ci piaci,
vago sole superstite
che non sai dirci addio,
tornando ogni mattina
come un nuovo miracolo,
tanto più bello quanto più t’inoltri
e sei lì per spirare.
E di queste incredibili giornate
vai componendo la tua stagione
ch’è tutta una dolcissima agonia.
Amore
Come chi gioia e angoscia provi insieme
gli occhi di lei così m’hanno lasciato.
Non so pensarci. Eppure mi ritorna
più e più insistente all’anima
quel suo fugace sguardo di commiato.
E un dolce tormento mi trattiene
dal prender sonno, ora ch’è notte e s’agita
nell’aria un che di nuovo.
Occhi di lei, vago tumulto. Amore,
pigro, incredulo amore, più per tedio
che per gioco intrapreso, ora ti sento
attaccato al mio cuore (debol ramo)
come frutto che geme.
Quel fatale e prescritto momento
che ci diremo addio
è già in ogni distacco
del tuo volto dal mio.
Cosa lieve è il tuo corpo!
Basta ch’io l’abbandoni per sentirti
Crudelmente lontana.
Il più corto saluto è fra noi due
un commiato finale.
Ogni giorno ti perdo e ti ritrovo
così, senza speranza.
Se tu sapessi com’è già remoto
il ricordo dei baci
che poco fa mi davi,
di quel caro abbandono,
di quel folle tuo amore ov’io non mordo
che sapore di morte.
Distacco
Io ti sento tacere da lontano.
Odo nel mio silenzio il tuo silenzio.
Di giorno in giorno assisto
All’opera che il tempo,
complice mio solerte, va compiendo.
E già quello che ieri era presente
divien passato e quel che ci pareva
incredibile accade.
Io e te ci separiamo.
Tu che fosti per me più che una sposa!
Tu che volevi entrare
nella mia vita, impavida,
come in inferno un angelo
e ne fosti scacciata.
Ora che t’ho lasciata,
la vita mi rimane
quale un’indegna, un’inutile soma,
da non poterne avere più alcun bene.
Io non so più qual era
il porto a cui miravo.
Per tanti luoghi insospettati e starni
Mi trattenne l’amore, ch’è nemico
Ad ogni alto destino
Come il vento contrario al navigare:
dove persi il mio tempo
e logorai le forze del mio cuore.
Luoghi a cui, disertati,
non tornerò giammai.
Sì che per me la terra
non è più che un asilo
vietato, un cimitero di memorie.
Paesaggio notturno
Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch’io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie briciate
m’investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M’è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch’io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.
Partenza mattutina
Al mio paese non posso dormire.
Sempre mi leverò coi primi albori
e fuggirò insalutato.
Quanti mattini della mia infanzia
furon simili a questo,
libeccioso e festivo,
con la marina burrascosa in vista
e la terra bagnata.
Quante volte percorsi questa strada
ove oggi mi ritrovo e mi stupisco
d’essere ancora al mondo.
Sconosciuto, inatteso,
eccomi in via di nuovo
per quella stazioncina solitaria
in cui vissi bambino, a cui ritorno,
e tutto il mio passato
mi frana addosso.
Inorridisco al suono
della mia voce.