Nel mese dedicato alla poesia riportiamo oggi dei pensieri di un divulgatore social, @quellochelegge, un profilo anonimo che negli anni ha collezionato quasi 80mila follower. Sui social si mostra pochissimo e sempre mascherato, dietro la maschera c’è sicuramente un giovane che crede nei libri. “Mi faccio ladro per rubare un verso a Lucio Dalla: “Tu non mi basti mai”, questo vorrei dire della poesia. Ci rende liberi, ci rende vivi, ci dona quella capacità di vedere e osservare il poetico in tutto ciò che ci circonda e così facendo ci fa apprezzare la vita, in tutte le sue sfaccettature. Èuna magia, perché questo apprezzamento generale della vita che nasce da quei versi non avviene secondo delle regole fisse: semplicemente avviene. Ci fa sentire uniti, ci fa sentire parte di un tutto, parte del mondo. La poesia ci trasforma, …ci abbraccia, ci tiene compagnia, ci salva. Ci rende leggeri. Riesce a cogliere quelle parole che noi a volte abbiamo difficoltà a trovare… È una meravigliosa finestra sulla vita e applica filtri che ti aiutano a vedere il mondo da un punto di vista diverso oppure a rendere a colori ciò che riusciamo a vedere solo in bianco e nero. Leggendo poesie, leggi prospettive diverse e, leggendo prospettive diverse, cresci… È terapia. È vento, mare, terra, fuoco, nebbia, pioggia, prati verdi, nuvole, cieli tersi e cieli grigi; è musica, è arte, è respirare, è guardare gli occhi della persona che ami, è sentire il sangue scorrere nelle vene, è sentirsi liberi, è essere consapevoli di potercela fare. È un qualcosa di meraviglioso che in un attimo eterno ti trafigge quando la leggi. È inamovibile, è immensamente potente. La poesia, seppur scritta da altre mani, è profondamente nostra. Leggerla diventa una necessità per chi è sintonizzato su quelle stesse frequenze, una necessità che cresce sempre di più grazie a una sacra fiammella che arde all’interno del proprio essere. È una delle molteplici forme di amore che esiste nella vita del mondo, quell’amore che in tanti abbiamo provato a rendere versi… In un mondo frenetico spesso la cosa migliore da fare è fermarsi, fare un respiro liberatorio e guardare quanta poesia c’è intorno a noi. Leggete libri, leggete poesie, siate curiosi, siate vivi”. Veniamo infine ai versi di questa domenica, quelli sofferenti e orgogliosi di Dario Bellezza e quelli ariosi e musicali, delicati e freschi di Alfonso Gatto.
Roma, 1989
È avventizio
il mio essere reale.
Sleale è insistere
su chi sono io.
Il punto di partenza
è scontato,
l’arrivo è certo
nello stato attuale:
morte come sostanza
o strato finale
di un cuore malato.
Oh, vorrei rinascere,
ritornare indietro
ma non posso.
Troppo ho peccato
di peccati non miei,
attribuiti a posteri,
mancati inganni.
Cerco amori nuovi,
violente sere.
Perdono chiedo
a chi non amai.
Forse verrò domani
ad un prato verde,
e non sarò più solo.
Dario Bellezza
Settembre a Venezia
Hanno il colore
delle navi morte
in un’alba lontana
quei colombi
rimasti soli
sulla grande piazza.
E l’agro odore
della mareggiata,
di là dove verdeggia
al cielo e ai vetri
del temporale
un’isola di luce,
qui resta come
un barbaglio di tende
e di chiese
che incrostano sui marmi
le fredde acquate
dell’autunno.
Gemma di lutto
e di bianchezza eterna,
alla sua voce
ormai lontana
è un sogno
questa che parve
una città di piume.
Così la spoglia
nel suono del mare
la nevicata
dei silenzi azzurri.
Alfonso Gatto
Era beato il tempo che ricordo
Portavi odore di campagna,
il lume sotto la casa bianca
già di notte
e d’un carro lontano.
Il vecchio sogno
di cui resto bambino
è la tua voce
che spiega il fresco
nel mio letto
e il mare
mi rincalza alle spalle,
contro il mento,
come una grande
coperta di luna.
Sotto la loggia
passavano gli anni,
da voce a voce
la candida vela.
Era beato
il tempo che ricordo.
Alfonso Gatto
Torneranno le sere
Torneranno le sere
a intepidire
nell’azzurro le piazze,
ai bianchi muri
la luna in alto
s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini
il vento fitto di case,
d’alberi, di stelle
passerà per
la grande aria serena.
Torneranno nel sogno
anche le voci
delle famiglie
illuminate a cena,
la rapida ebrietà
del loro riso.
O finestrelle, pozzi,
logge, vetri
attaccati alla vita,
allo spiraglio
delle fresche delizie
e dei rimpianti,
o luna nuova
sulla mia memoria,
tornate ad albeggiare
con quel canto
di parole perdute,
con quei suoni struggenti,
con quei baci
morsi al buio.
Siate la polpa rossa
dell’anguria spaccata
in mezzo
alla tovaglia bianca.
Alfonso Gatto
In quell’inverno
Dicevi: basterebbe
restasse tra noi
il modo di chiamarci,
il modo di tacere.
Dicevi: tornerà
quest’ansia
di stare insieme
in ascolto di noi
come del vento,
passerà il bicchiere
di mano in mano…
Ora la vita
non ha più contento,
nel dividerci ognuno
alla sua via
che lo porta lontano.
Non è rimasto nulla,
la memoria a volte
accende il fuoco,
chiama le ombre
a sedere,
a tacere
in quell’inverno.
Alfonso Gatto
Consiglio spassionato
Non date retta al re,
non date retta a me.
Chi v’inganna
si fa sempre più alto
d’una spanna
mette sempre un berretto,
incede eretto
con tante medaglie
sul petto.
Non date retta
al saggio
al maestro
del villaggio
al maestro della città
a chi vi dice che sa.
Sbagliate soltanto
da voi
come i cavalli,
come i buoi,
come gli uccelli,
i pesci,
i serpenti
che non hanno
monumenti
e non sanno
mai la storia.
Chi vive
è senza gloria.
Alfonso Gatto