09 Agosto 2020

I versi gentili curano il mondo

Claudio Volpi
I versi gentili curano il mondo

La Poesia deve farci stare bene.

Sarà stato il covid, ma questo anno la programmazione degli spettacoli estivi del comune di Assisi ci pare molto più felice e adeguata rispetto a quella degli ultimi anni.  Verrà a trovarci il 17 Settembre anche il Poeta Franco Arminio, di cui ci siamo già occupati, e che oggi riproponiamo con un suo intervento e riflessione sulla poesia, dove ci spiega perché la poesia deve farci stare bene, e poi con alcune sue poesie.

“La Poesia non è un possesso esclusivo, nessuno può immaginare di rappresentarla, di possederla. Appartiene a quelle forme della vita che non hanno una forma definitiva. Non è una sedia, un tavolo, non è neppure un treno, una nuvola. La Poesia esce al corpo e aspetta altri corpi per essere riconosciuta. Senza corpo ci può essere una foglia, senza corpo non ci può essere poesia. Scrivere per me è un modo di non far passare vanamente il tempo sul mio corpo. Mi piace offrire una resistenza, so che alla fine c’è la resa, ma intanto voglio lottare, voglio dire qualcosa, e voglio dirlo sempre meglio, perché dire bene fa bene alla salute, dire bene è un modo di benedire la propria esistenza e quella del mondo. Nessuno esaurisce tutta la poesia possibile, al massimo ognuno può tirare via un pelo dalla bestia invisibile, una bestia che ha delle vicinanze con Dio e con la morte, ma anche con la vita più ordinaria, con gli affanni più usuali. A me piace la Poesia cha ha la metrica della stretta di mano, che ha il coraggio di consolare, di essere semplice, popolare. Ci sono arrivato dopo lunghi anni di scrittura a questo scrivere che non si rivolge a chi scrive, si rivolge agli inquieti, a chi si scandalizza per la morte, a chi sa che il terribile ci mette pochissimo a schiacciarci. La Poesia io la intendo come cura più che come rottura, non è il calco di una crepa, ma un gesto di premura. Non sto qui a dettare che cosa devono fare gli altri, che scrittura devono portare in giro. Nel mio caso ora succede che i miei versi stanno molto in Rete prima di finire nei libri. E io li leggo in ogni angolo d’Italia, davanti a tanti assai spesso. Non è propriamente un reading e neppure una performance, è lo strumento per stare in un luogo assieme ad altre persone. La scrittura come filo per cucire un mondo strappato, per creare comunità provvisorie, intimità impreviste. Non è necessario che tutto questo trovi un posto nel casellario letterario, ammesso che ci sia ancora qualcuno deputato a redigerlo. Io mi accontento di qualche vicinanza, di qualche commozione del corpo e della mente e poi so che il giorno dopo resta il problema del tempo che passa e della morte. La Poesia sa che la vita è tempo che passa in attesa della morte. La poesia sa che la vita è tempo che passa in attesa di morire. Non so se sa altro, se è interessata a sapere altro. La Poesia è più vicina al dolore che al concetto, ambisce alla gioia più che alla sapienza. E se la sapienza c’è non va ostentata, non serve sbatterla in faccia a nessuno perché nessuno sa che farsene delle nostre vane glorie, dei nostri commerci eruditi. Le persone vogliono che il bersaglio sia limpido, vogliono vederci maneggiare il chiarore senza sporcarlo. E chi si ostina a praticare una poesia oscura non ha nessuna colpa ma non può pensare di detenere la combinazione per aprire la cassaforte della bellezza, per dare un senso più alto alle cose. La grazia è di chi non sta sopra le cose, ma in mezzo ad esse. Noi non siamo quelli che devono spiegare il mondo, semmai devono ingentilirlo, trovare modi belli per viverlo assieme, per togliere i freni al bene. La mia esperienza di ogni sera e la mia esperienza in Rete è che un dire che ravviva i sensi, allieta non nel senso di distrarre, di intrattenere, allieta pensosamente, non spegne la solitudine, non mette riparo al morire, fa spazio, apre, avvicina. Per fare una cosa di questo tipo non puoi avere uno spirito facile, non puoi stare in vacanza dall’inquietudine neppure un giorno. Sei ustionato dallo spavento, te lo trovi davanti appena provi a lasciarlo alle tue spalle. Il Poeta non è un martire, non è un eroe, ma neppure può essere un intellettuale che quanto scrive conta le sillabe, non può essere un ragioniere del verso. O può esserlo se vuole, ma non è quello che ci serve, perché la Poesia non si accende, il mondo non resta in attesa del suo fuoco, consuma il fuoco che c’è e dunque il fuoco della volgarità. C’è un conflitto in corso tra chi cerca l’intensità e chi vuole semplicemente allungare il brodo. La Poesia non è una evasione dalla realtà, è una forma di lotta perché la realtà sia più vera e più leggendaria, più visibile e più invisibile. Forse è il mestiere di chi è scisso eppure resta intero. Mestiere e mistero”.

La poesia
Ci assicura un grado intenso
Dell’essere vivi,
ci distrae dalla vita
come intrattenimento,
ci porta alla vita come amoroso corteggiamento
col tempo che passa.
Si tratta di un’operazione fallimentare,
non c’è poesia senza fallimento,
ma nel fallimento fiammeggia
l’amore.
La poesia è l’esercizio migliore
Per restare sensuali:
nessun corpo è inerte,
ogni abbraccio porta doni,
ogni sguardo porta lontano.
La poesia e l’amore
Sono il nostro cadere più vero
Nel mondo:
stiamo luccicando prima di spegnerci.


Sono pazzo d’amore
Per i miei figli,
ma non li amo come un padre,
li amo come amo la nebbia, il sole,
le cose naturali,
il mio amore per loro è disumano,
non ha il calendario del rispetto
e delle pretese,
non è l’amore
troppo puntuale di me stesso,
l’amore per i miei figli
non morirà con la mia morte,
nessun vero amore è mai morto,
niente va mai via,
è tutto qui per sempre e da sempre,
ogni unghia è affollatissima,
una foglia è più grande di una stella,
ci sono tanti pensieri in un capogiro,
tanti sogni in un bacio,
uno sbadiglio è una foresta di peccati,
ogni morte appena inizia
diventa sconfinata.

Vogliamo tutti la stessa cosa
Ma non la trova nessuno.
Alla fine della giornata
Bisognerebbe chiedersi:
quanta luce ho preso oggi,
quante persone ho abbracciato?
Il desiderio bisogna tenerlo
Vivo con le nostre braccia,
attaccare i respiri che vagano
nell’aria, dire ai morti di parlare
che noi ancora li ascoltiamo
e dire a chi è solo
che avrà il nostro amore
anche se siamo già innamorati.
Sentire il dovere di abbracciare gli altri
Non per quello che piace a noi
Ma per quello che piace a loro.
Essere amorevoli con tutti
E poi infiammarsi per qualcuno:
alla fine della giornata
è bello aver creduto
a un’ebbrezza sconfinata.

Claudio Volpi
Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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